Johnny degli angeli. Il requiem di Athos Bigongiali


Alla memoria di Antonio Tabucchi, al quale una sera accennai questa storia [p. 119].

Con Johnny degli angeli. Un delirio hollywoodiano (MdS, 2018) anche Athos Bigongiali, come Antonio Tabucchi, ha scritto il suo Requiem. Un requiem non tanto per Johnny Stompanato, gangster italoamericano assassinato a Los Angeles il 4 aprile 1958, quanto piuttosto per la sua memoria, o meglio per quell’immagine – che di lui ha sempre conservato Bigongiali – di bravo ragazzo partito dai bassifondi della sua Woodstock. Un’immagine che è stata poi offuscata dalla sua condotta non proprio inappuntabile…

La copertina del libro.

Bigongiali, come si apprende dai Ringraziamenti finali della sua ultima fatica letteraria, aveva raccontato questa storia proprio all’amico Tabucchi una sera a cena; storia sedimentata nel tempo e nell’immaginario di Athos attraverso i ritagli dei giornali dell’epoca riguardanti questo fatto di cronaca nera oltreoceano, conservati con cura in una cartellina dall’allora tredicenne Bigongiali. Per di più, fu lo stesso Tabucchi a incoraggiare Bigongiali, a invogliarlo a scrivere questa storia. Perché se era sopravvissuta così tenacemente agli anni e ai traslochi, un motivo doveva pur esserci. Quindi, in fondo, un requiem anche per lo stesso Antonio Tabucchi.

Se il sottotitolo di Requiem è “Un’allucinazione”, be’ tutto il romanzo di Bigongiali consiste proprio in un’allucinazione, quella di Stompanato nella semi-incoscienza che precede la sua morte, dopo essere stato accoltellato al ventre. Il lettore è travolto dai ricordi di Johnny, quelli lontani nel tempo paradossalmente più nitidi di quelli più vicini, che invece sono offuscati, fino a essere totalmente confusi, tanto da non permettere al morente Stompanato di realizzare, sulle prime, neppure cosa gli stia accadendo, né tantomeno chi sia il responsabile dello stato in cui versa. Eppure, fino all’ultimo, ha la forza si sperare che si rialzerà, che potrà continuare a sognare.

Il romanzo di Bigongiali non è la solita esaltazione dell’eroe negativo. Piuttosto, leggendolo, si percepisce una forza evocativa ed empatica del tutto simile a quella che Tolstoj ha saputo magistralmente riversare nella Morte di Ivan Il’ic. Sembra, infatti, di vivere lo stesso progressivo distacco dalla vita; ma Johnny, almeno questo è quello che pensa (o spera) Athos, alla vita è rimasto attaccato fino all’ultimo respiro. A questa resa contribuisce senz’altro anche una ricostruzione storica molto accurata e suggestiva, tanto che il libro – scritto con un ritmo serrato e una pagina che tira l’altra – sembra davvero catapultare chi legge nell’atmosfera americana di fine anni Cinquanta.

Quella di Athos Bigongiali è un’operazione assai coraggiosa: tutto il libro dilata il tempo che intercorre tra il colpo mortale inferto a Stompanato e la progressiva perdita di coscienza, fino a (così sembra di capire) pochissimi istanti prima di spirare. E in tutto questo Johnny ricorda, e ricordando vive. Il principale merito del libro è che non sembra esserci nessuna discrepanza tra il tempo che Johnny impiega per ricordare e rivivere gli episodi più importanti della sua vita, e il tempo per morire. Bigongiali fa collimare i due tempi fino a sincronizzarli perfettamente, facendo correre alla stessa velocità le rispettive lancette, in modo credibile, plausibile, verosimile. E del resto, chi può dire davvero quanto durano i sogni? Si potrebbe, volendo, raccontare anche una vita intera come un sogno; o meglio, si potrebbe sognare per tutta una vita; o ancora, vivere in un sogno.

Johnny Stompanato e Lana Turner.

Sta di fatto che alla fine, nel tacito patto che stringe con il lettore, Bigongiali rende assolutamente ricevibile che Johnny pensi a tutte quelle cose (che durano l’intero romanzo) nel breve tempo della sua agonia, e nel frattempo si sposti nel tempo e nello spazio, trascinando con sé il lettore, pur restando sul pavimento di una sontuosa camera da letto di Beverly Hills. Così come Tabucchi ha reso accettabile che il protagonista di Requiem si aggiri per una torrida Lisbona, e incontri vivi e morti, pur restando tutto il tempo a sonnecchiare sotto un gelso ad Azeitão.

Non temeva più che la luce potesse tradirlo, l’aveva fatta sua e sapeva come custodirla [p. 51].

Il romanzo è la cronaca di un disperato tentativo di restare aggrappato alla vita attraverso i ricordi, come se fossero in grado di dilatare in un sempiterno presente la fatidica sera del Venerdì Santo, la giovinezza e la vita stessa. E uno dei passaggi più belli e forse meglio riusciti è quello in cui la sensazione di freddo e le membra intirizzite sono interpretate dall’ormai delirante Johnny come i segni di un invecchiamento precoce, da cui fuggire caparbiamente.

Altro espediente che colpisce moltissimo, stimolando l’immaginazione del lettore per la sua manifesta e felice ispirazione cinematografica, è lo specchio della camera da letto che diventa una sorta di portale spazio-temporale in cui Johnny vede i fantasmi del suo passato e del suo presente, e che alla fine si trasforma in un vero e proprio schermo, quello di un cinematografo, su cui sono proiettati i cinegiornali con i fotogrammi della sua vita: quella pubblica con la diva di Hollywood Lana Turner, e la figlia di quest’ultima, Cheryl; e quella privata, con fotogrammi che nessuno ha mai filmato, tranne la sua memoria, e che quindi immagina solo lui, in una visione onirica, il sogno a occhi aperti di un uomo che muore.

Athos Bigongiali.

Gradualmente, sapientemente, quelle presenze fantasmagoriche sembrano quasi diventare reali e interagire con il corpo del morente Johnny Stompanato, che nel suo delirio comincia a vagheggiare – o forse ci sono davvero? – le prime persone che ritrovano il suo corpo: il capo della polizia, il giovane avvocato di Lana “Lanita” Turner, i fotografi. Ma queste presenze continuano a confondersi con gli altri fantasmi: l’amico Nick, la madre, il fratello Carmine, il generale dei marines e il boss Mickey Cohen. Così la realtà continua a interagire e interferire con il punto di vista del moribondo Stompanato, proprio come succede quando gli stimoli esterni entrano a far parte dei sogni.

E come in una notte tormentata dall’insonnia, il romanzo riporta un continuo e febbrile svegliarsi e ricadere in trance, un attimo di lucidità e poi di nuovo assenza. Fino alla fine.

A tutti quelli che ne scriveranno, dovunque vorranno, anche sui blog (che prima o poi capirò cosa sono) [p. 121].

 

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