Da Pier Paolo Pasolini a Peppino Impastato: Supplica a mia madre


1963 Roma, Pierpaolo Pasolini nella sua abitazione con la madre Susanna Colussi

In una scena del film I cento passi di Marco Tullio Giordana, Peppino Impastato, interpretato da Luigi Lo Cascio, allontanatosi da casa per una violenta lite con suo padre e costretto a vivere in uno squallido garage, è raggiunto da sua madre Felicia (Lucia Sardo), che gli porta, come ogni mattina, la biancheria pulita. E alcuni libri.

Tra questi anche un volume di poesie di Pier Paolo Pasolini. “Ti sei fatto secco secco. Invece di leggere dovresti mangiare”, gli dice preoccupata la madre. Ma Peppino, per tutta risposta, le declama a squarciagola i versi iniziali da Le ceneri di Gramsci:

Non è di maggio questa impura aria
che il buio giardino straniero
fa ancora più buio, o l’abbaglia

E poi: “Te ne dico un’altra. Più piano”. E comincia: “È difficile dire con parole di figlio / ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio…”

“Che sono belle queste parole”, si commuove la donna. Al che Peppino la invita: “Puoi dirle pure tu”. E così mamma e figlio leggono insieme Supplica a mia madre, l’intensa poesia che lo scrittore corsaro dedicò a sua madre, Susanna Colussi, che nel film di suo figlio Il vangelo secondo Matteo, girato proprio nello stesso anno in cui usciva per Garzanti Poesia in forma di rosa, ha interpretato il ruolo di Maria.

Due vite passate nel nome dell’impegno, civile e politico, a lottare con la sola forza delle parole. Due vite segnate da uno stesso tragico destino. E l’amore di due figli verso due madri che sono sopravvissute alle loro creature, soltanto perché avevano scelto di non tacere.

Da Susanna Colussi a Felicia Impastato. Da Pier Paolo Pasolini a Peppino Impastato.

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

da Pier Paolo Pasolini, Poesia in forma di rosa, Garzanti, Milano 1964

Pasolini con la mamma nella sua casa-studio a Monteverde.
Pasolini con la mamma nella sua casa-studio a Monteverde.
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