Mandami tanta vita, ovvero del diritto a rallentare


Era il tempo delle lettere. Planavano come stormi sopra le città di mattina presto. Le buste si bagnavano di pioggia e poi si gonfiavano, fino a diventare scrigni [p. 15].

Mentre leggevo Mandami tanta vita di Paolo Di Paolo (Feltrinelli, 2013), su un treno regionale ovviamente in ritardo, mi sono fermato a sorridere alla scena dell’incontro, il primo incontro, tra Moraldo e Carlotta. Ho sorriso perché ho realizzato che c’ero proprio dentro, che stavo vivendo la storia, che stavo vivendo nella storia, grazie a una scrittura bella e appassionata, con quel discorso diretto senza virgolette alla Tabucchi che Di Paolo è riuscito a personalizzare e fare suo. E prima di tuffarmi nuovamente nella lettura, chiudendo il libro (e forse gli occhi), sono riemerso dalla storia per godermi la piacevole sensazione, per assaporare da fuori la mia completa immedesimazione, effetto che solo la buona letteratura sa innescare.

La copertina del libro.

Paolo Di Paolo ha evidentemente vissuto a sua volta nei personaggi, nelle scene e nella vicenda narrata mentre scriveva. Lo si evince dalla meticolosa ricostruzione storica, che ci restituisce una perfetta fotografia in bianco e nero, gualcita e ingiallita dal tempo al punto giusto, della Torino del 1926. Ma soprattutto si comprende dal notevole lavoro introspettivo, da certi processi mentali descritti così sapientemente, che ti fanno pensare: Di Paolo è Piero Gobetti, Di Paolo è Moraldo, Di Paolo è Ada, Di Paolo è Carlotta. Deve essere così, altrimenti come fa a sapere certe cose così intime, a entrare così a fondo nei pensieri dei suoi personaggi? Un disvelamento di rara efficacia: anche se forse tutti ragioniamo e agiamo in un modo simile se non uguale – ugualmente umano –, Di Paolo, a differenza di uno scrittore qualsiasi, è stato capace di descriverlo magistralmente, di renderlo in maniera coerente, mimetica, persuasiva sulla pagina.

E dopo aver sorriso, forse stupidamente agli occhi del passeggero che sedeva di fronte a me, mi sono ritrovato ad appuntare queste mie impressioni a caldo sul mio taccuino. Come Moraldo. O come Piero, sulla carrozza che lo sta portando alla stazione di Torino, destinazione Parigi.

Una lettera di Didì è la vita sai? Quindi mandami tanta vita [p. 94].

Mi sono rivisto sia nell’inetto e sognatore Moraldo, studente di Lettere, aspirante giornalista e disegnatore niente male, sia nel concreto e iperattivo Piero (peraltro, il cognome Gobetti non compare mai nel romanzo), “editore giovane”, giornalista, filosofo. Antifascista. Due anime affini che non s’incontrano se non in due fugaci momenti, e che molto probabilmente sono le due anime principali di Paolo Di Paolo, due anime in cui prima di tutto deve essersi rivisto e immedesimato lui stesso. Perché, come ha scritto Mario Vargas Llosa in Lettere a un aspirante romanziere, uno scrittore è un catoblepa, un essere mitologico che si nutre di se stesso; e quindi, fuor di metafora, è una persona che per le sue storie si nutre e attinge dal suo vissuto. Paolo Di Paolo si è quindi sdoppiato in questi suoi figli di carta, facendo sì che non s’incontrassero, e quindi se n’è stato a guardare cosa accadeva alle loro vite, e quanto uno potesse comunque apprendere sulla propria vita dalla vita dell’altro.

Torino in una foto del 1926 (https://romanoborrelli.com/2015/01/26/torino-ieri-e-oggi/).

Chissà quante giornate bianche deve aver vissuto anche Di Paolo, e quante altre febbrili a dar forma ai suoi progetti. Quante occasioni perse, magari servite su un piatto d’argento, e quante invece colte al volo, o magari piombate da chissà dove, del tutto casualmente. Quanto le vite di ciascuno di noi sono legate alle occasioni, come ci ricordano i bei versi di Machiavelli nel capitolo Dell’Occasione? E chi può dire di non aver mai avuto quelle giornate bianche? Tuttavia ho capito, anche grazie a questo libro, che forse quelle giornate scivolate via, che ci sembrano inutili, non si possono bollare sbrigativamente come giornate perse, sprecate, pagine bianche che non potremo mai più vergare con le nostre azioni (possibilmente memorabili): per quanto mi riguarda, spesso quelle sono giornate di forte creatività, di grande tensione, anche se resta solo un impulso e ne raccolgo i frutti a distanza di tempo; ma comunque giornate necessarie, cioè che forse non potevano andare altrimenti.

Paolo Di Paolo.

In fondo anche quelle giornate sono vita, il nostro modo, la nostra esigenza di vivere in quei giorni, di rivendicare il nostro diritto alla vita attraverso il diritto a rallentare fino a fermarsi. A patto che non prendano il sopravvento, sono giornate che ci servono, che ci aiutano a vivere, a ritrovarci. “Oggi non ho tempo, oggi voglio stare spento” canta Vasco Rossi in una canzone che non a caso s’intitola Vivere.

E in fondo è incoraggiante, confortante, rassicurante sapere che le due anime di Piero e Moraldo possono convivere nella stessa persona, che ciascuna può imparare dall’altra e all’altra insegnare qualcosa. Perché credo sia questo il segreto: convivere pacificamente con tutte le nostre anime, e con ogni sotto-anima di cui ciascuna anima a sua volta si compone, accettandole, dando loro voce, spazio e tempo opportuni. È con questo messaggio che Paolo Di Paolo manda tanta vita ai suoi lettori.

Il tempo di una singola vita umana non permette di misurare il risultato di una battaglia, ma non per questo perde senso lottare [p. 121].

8 pensieri su “Mandami tanta vita, ovvero del diritto a rallentare

  1. Non conosco l’autore, ma la recensione è molto bella e invoglia a leggerlo. Sono rimasta piacevolmente colpita anche da alcune tue riflessioni, in particolare quella sulle giornate che scivolano via in modo apparentemente inutile ma in realtà gravide di intuizioni destinate a germogliare in seguito….

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    1. Cara Alessandra, grazie di cuore per le tue belle parole. Mi lega a Paolo Di Paolo – un ragazzo e uno scrittore di grande sensibilità – la comune passione per Antonio Tabucchi. Proprio ieri gli ho chiesto cosa ne pensasse di questa mia recensione: devo dire che l’ha apprezzata molto, in particolare per l'”insolita prospettiva” dalla quale ho scelto di parlare del suo romanzo, che ho davvero sentito mio.

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  2. Sono andata giusto un mese fa ad un incontro letterario di Di Paolo a Roma, in una libreria, dove presentava la sua ultima creazione (che ti invito a leggere perché mi sono ritrovata anche io in quelle pagine).
    Quello che mi colpisce di questo autore è il suo modo di porsi sulla scena letteraria anche andando contro certi meccanismi editoriali (e penso che abbia anche pagato per questo) ma è una persona umile e alla mano.
    Riguardo a questo libro che hai recensito, mi sono piaciute molto le tue riflessioni, sulle giornate che apparentemente scivolano via, come dice Alessandra) e sul diritto a rallentare e fermarsi, fra le cose più belle che oggi bisognerebbe imparare di nuovo.
    Sicuramente leggerò il libro! Grazie!

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    1. Grazie a te, Michela! Sono assolutamente d’accordo con te: Paolo Di Paolo mi trasmette esattamente quello che tu hai scritto. Per quanto riguarda l’incontro a cui hai partecipato, ti riferisci alla presentazione di ‘Vite che sono la tua’ vero? Non l’ho ancora letto…

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  3. Una prospettiva del lettore appassionato che fa suo lo scritto: un’antropofago letterario che vive ciò che legge… quest’impressione ho avuto della tua recensione… vivo come te i libri che leggo e questo sarà uno dei prossimi! Grazie.

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