I notturni di Fabio Zuffanti


Questi brevi racconti mi restituiscono il piacere di leggere, e rafforzano la mia fiducia nel potere della scrittura.

Ricevo direttamente dall’autore Fabio Zuffanti il libro Storie notturne (Ensemble, 2017), che si presenta subito come un volumetto elegante e dalla grafica molto ben curata.

La copertina del libro.

Appena comincio a leggere mi chiedo perché  inizi dalla Storia notturna #2 (forse un refuso?), ma non ci sto a pensare più di tanto, convinto che forse lo scoprirò leggendo. E poi mi piace credere che in realtà la prima storia veda come protagonista il lettore che legge Storie notturne, l’esordio nella narrativa di Fabio Zuffanti.

Le storie filano via che è un piacere, con uno stile rassicurante ed evocativo, aprendo finestre di vita che si richiudono nel giro di pochissime righe, una pagina, al massimo una pagina e mezza, senza mai un vero e proprio finale, come del resto credo sia giusto che sia quando ciò che sta a cuore veramente è raccontare, nient’altro. Affinché, attraverso queste finestre, così come i due protagonisti della prima (o seconda?) storia, l’Autore e il Lettore possano «darsi una mano reciproca a esistere» (p. 5).

Questi brevi racconti mi restituiscono il piacere di leggere, e rafforzano la mia fiducia nel potere della scrittura.

Leggendo mi persuado di poter ritrovare molti rimandi e citazioni. C’è la Storia notturna #3 che mi fa pensare al film Uomini contro di Francesco Rosi, con quel telefono da campo che non squilla mai e logora i soldati in trincea; la#5 che sembra un omaggio alla vicenda del Conte Ugolino di Dante, con il protagonista G. «smette di viaggiare» (p. 11) al decimo giorno; e poi il fiume inquinato della #6 in cui «L’acqua sembra fatta di sabbia» (p. 12), che subito collego al Tevere ma anche all’Arno, mentre la fabbrica mostruosa che «lavora a pieno regime, non smette mai» (ibidem) non può non richiamarmi alla mente l’altrettanto mostruosa Solvay di Rosignano, che mi mette i brividi ogni volta che ci passo vicino col treno, o la Lucchini di Piombino, raccontata da Silvia Avallone nel suo romanzo Acciaio. Ma qui Zuffanti parla della fabbrica del mondo, di cui queste non sono che un’immagine.

La Storia notturna #7, con la possibile vita parallela della protagonista (anche se non è questo il caso, molto spesso l’io narrante è una donna), rievoca il film di animazione Coraline, tratto dall’omonimo romanzo horror fantasy per ragazzi, mentre nella #8 ci rivedo le atmosfere del Bar sotto il mare, racconto dell’eponima raccolta di Stefano Benni.

Un’immagine tratta dal film di animazione ‘Coraline e la porta magica’ (2009).

La #12 mi piace pensare che sia un omaggio a una delle lettere che Fernando Pessoa ha scritto alla sua fidanzata Ophélia senza nascondersi dietro alcun eteronimo, non fosse altro perché il protagonista scrive la sua lettera «di notte, alla luce di una piccola candela» ma «non per darsi aria da poeta» (p. 21), o per quella «inquietudine» (p. 22) con cui la lettera si chiude.

Si impara ad accettare che la felicità a cui ambiamo non potrà rivelarsi senza prima avere imparato a cavalcare le onde che ogni giorno cercano di sommergerci (ibidem).

La bellezza di questo tipo di scrittura – evocativo, si diceva – è che si avvicina molto alla poesia, e non solo, ad esempio, per la ripetizione anaforica del sintagma «tavolo bianco» nella Storia notturna #13. Il punto è che, come per la poesia, si può dare a queste storie il significato che meglio le rappresenta, che meglio ce le restituisce e ce le fa comprendere.

C’è anche da dire che non tutte le storie si svolgono di notte. Ma il notturno è sempre presente, permea ogni fugace finestra dal cui davanzale si sporge appena, ogni fotografia come una condizione esistenziale, come uno stato d’animo, come qualcosa in cui tutto è possibile e al contempo da cui non si sfugge, che è dentro di noi e intorno a noi, che penetra la vita di tutti noi in questo «tavolo bianco dai confini illimitati» (p. 23) che è l’universo.

Lui si allontanava e con lui si allontanavano tutte le cose che sogno e non realizzo. Accudisco e non do in pasto al mondo. Per questo poi di notte io volo (Storia notturna #15, p. 27).

C’è un Requiem per un padre che non c’è più come quello di Antonio Tabucchi, finemente cesellato e condensato su una panchina della Storia notturna #18, la quale giunge peraltro dopo un interessante quanto surreale dialogo senza accapo, anche in questo molto tabucchiano (cfr. Storia notturna #17). E dalla filosofia della Storia notturna #19 si approda, nella #20, ad un’altra lettera alla Pessoa, quasi sicuramente vergata dal medesimo estensore della precedente, che ora dall’inquietudine passa a riflettere sulla pazzia come rinascita. Perché le ora notturne sono il momento ideale per riflettere sulla realtà o dalla realtà fuggire, per scrivere una “ridicola lettera d’amore” o semplicemente per volare (cfr. #15).

José de Almada Negreiros, ‘Ritratto di Fernando Pessoa’ (1964)

Tutte storie corte o cortissime tranne la Storia notturna #22, di ben tre pagine e mezza, una visione di guerra futuristica e fuga dalla reatà che, per la sua suddivisione interna, più che una finestra potremmo chiamarla una trifora.

Il libro è attraversato dall’amore, per una donna o per la vita, alla quale l’autore sente la necessità di aggrapparsi con tutto se stesso, anche a rischio di indirizzare per sempre la sua strada in una direzione piuttosto che in un’altra.

Quanto a volte si fa vicino il mutare del nostro destino, pochi millimetri da infrangere e poi ogni strada può mostrarsi. È solo questione di un piccolo gesto […] (p. 42).

Storie che si collocano tra realtà e immaginazione onirica, sospensione cui forse contribuisce la rapidità con cui le finestre si aprono e poi subito si richiudono, magari sull’angoscia del mattino che invita, malgrado tutto, ad andare avanti (cfr. Storia notturna #30).

Nonostante Fabio Zuffanti sia un affermato musicista, mi sembra la prima storia che abbia a che fare con la musica sia la #27 (e sono 34 in tutto). E di pari passo con l’ingresso in punta di piedi della musica, le ultime storie (non so se sia un effetto casuale o ricercato) sembrano cedere il passo a un radicato pessimismo esistenziale, dal quale però si intravede sempre uno spiraglio fino al finale inno alla vita che è la Storia notturna #34: che sia una donna, che sia la musica, che sia un luogo come una chiesa, un molo o una stazione abbandonata. Oppure una domanda. Non una risposta, bensì una domanda. Perché «avendo delle domande puoi creare delle strade in te per provare a dare un senso a quello che sei» (p. 62).

E tutta questa marea di movimenti verso qualcosa sarà la vita, che, come diceva qualcuno, accadrà mentre siamo impegnati a far piani sulla vita stessa (p. 64).

P.s. In antifrasi con il titolo, o più probabilmente per godere meglio di queste storie, le ho lette quasi tutte di mattina presto, prima di uscire di casa per andare a scuola.


Fabio Zuffanti (Genova, 1968) è considerato uno dei musicisti italiani più eclettici e rappresentativi. Nella sua carriera ha lavorato da solista e collaborato con molti gruppi (Finisterre, Maschera Di Cera, Höstsonaten e molti altri), pubblicando numerosi album e ottenendo numerosi riconoscimenti internazionali. Sulla sua opera, in Canada, nel 2016, è uscita Jeux de Miroirs, una biografia scritta da Michel Bilodeau. Come autore di libri ha pubblicato diversi saggi tra cui O casta musica (2012), Ma che musica Suoni? (2014) e Prog, 101 dischi al 1967 al 1980 (2016, scritto in collaborazione con Riccardo Storti); e una raccolta di poesie, Il giorno sottile (2016). Storie Notturne è il suo esordio nella narrativa. Il suo sito internet è: www.fabiozuffanti.com.

(fonte: https://www.edizioniensemble.it/prodotto/storie-notturne/, ultima consultazione 09.04.2018)

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