I volatili del Beato Tabucchi


Eppure non potrei negare di amarle, queste lacunose prose affidate a un quaderno che per una inconsapevole forma di fedeltà mi sono sempre portato dietro negli ultimi anni (‘Nota’).

Questo agosto ho trovato per caso, in una bancarella di via Port’Alba a Napoli, I volatili del Beato Angelico (Sellerio 1987) di Antonio Tabucchi. Mi è sembrato subito un incontro non casuale, e non ho esitato a comprare (senza contrattare con il libraio!) la copia usata di questo esile volumetto blu così inconfondibilmente targato Sellerio.

Antonio_Tabucchi_Volatili_Beato_Angelico
La copertina del libro.

Per la verità, a differenza dei libri usati che si comprano in quantità, particolarmente d’estate, e poi dopo averli sfogliati ristanno nella nostra libreria, non ho fatto intercorrere troppo tempo tra l’acquisto e la lettura. Giusto il tempo di terminare il romanzo che avevo già sul comodino, Le ragazze non hanno paura di Alessandro Q. Ferrari (De Agostini 2018, uno young adult che consiglio vivamente) e poi ho divorato I volatili del Beato Angelico in due giorni (attenzione: anche se sono “solo” 96 pagine, per i miei standard di lettura e di lettore è stata comunque una bella cavalcata).

Raccolta di racconti, o piuttosto, come li definisce Tabucchi stesso nella sua Nota, «schegge alla deriva», «romanzi e racconti mancati» o meglio «quasi-racconti», «lacunose prose affidate a un quaderno» e alle quali avrebbe voluto dare il titolo di Estravaganze, anziché quello del racconto che apre la raccolta. E qui non mi pare di scorgere una modestia di circostanza da parte dell’autore, bensì una schietta dichiarazione di poetica in forma di (parziale) giustificazione, ovviamente nella misura in cui un autore debba giustificare se stesso agli occhi del lettore (peraltro un lettore che nel 1987, quando è uscito questo libro, doveva avere già imparato a conoscere questo particolare autore).

Sta di fatto che con I volatili del Beato Angelico si entra nella fucina tabucchiana come nello studio – lungo quasi fosse un corridoio, con finestre tutte su un unico lato che danno sul mare – di un artista che abbia dipinto e modellato fino a un momento prima della visita del lettore, e che nell’accogliere quest’ultimo con un inchino eccessivamente affettato si pulisca alla meglio le mani su uno straccio sporco, imbarazzato per il disordine che regna sovrano.

Tele parzialmente coperte da lenzuoli bianchi e particolari anatomici in gesso o terracotta sono presentati dal loro autore come racconti (forse) ancora in fieri, ma sui quali (forse) non tornerà più, quindi tanto vale mostrarli così come sono all’avventore-lettore.

Racconti che Tabucchi sembra davvero aver raccolto al volo nel campo dei suoi «slanci, umori, economiche estasi, emozioni vere o presunte, rancori e nostalgie», fiori recisi con non troppa cura, perché tanto l’importante era raccoglierli, come nel racconto eponimo il Fra’ Giovanni da Fiesole alias Beato Angelico raccolse in tutta fretta le sue cipolle «avanti che marcissero».

Beato Angelico, Annunciazione.

I racconti sono tutti collegati l’uno all’altro, o meglio il racconto precedente è quasi sempre collegato a quello successivo da una parola che sembra ritorni casualmente (ma chiaramente così non è): come ad esempio l’allusione alle «innumerevoli forme di carcinoma» che le nuove invenzioni tecnologiche possono causare nell’uomo e che ritroviamo in Ultimo invito (che è anche l’ultimo racconto), racconto che segue Gli archivi di Macao, in cui Tabucchi rievoca appunto quel «carcinoma alla faringe» che gli ha portato via suo padre (vicenda alla base della stesura di Requiem. Un’allucinazione, e su cui poi Tabucchi è tornato diffusamente in Autobiografie altrui. Poetiche a posteriori).

Ma tutti i racconti, comunque, sono attraversati dal tema del tempo così caro a Tabucchi (basti pensare a un’altra sua raccolta di racconti, Il tempo invecchia in fretta). In particolare, la concezione del tempo nella Lettera di Calipso, ninfa, a Odisseo, re di Itaca, terza epistola del “racconto” Passato composto. Tre lettere risente chiaramente, a mio avviso, della stessa chiave di lettura sull’immortalità degli dèi che fornisce Cesare Pavese nei suoi Dialoghi con Leucò. Tre lettere, peraltro, di quelle a cui ci ha abituati Tabucchi, lettere impossibili a destinatari che per qualche ragione non potranno leggere o replicare, come quelle di Si sta facendo sempre più tardi. Romanzo in forma di lettere.

Antonio Tabucchi.

La forma epistolare torna pure in un altro racconto dall’emblematico titolo La frase che segue è falsa. La frase che precede è vera che riporta, appunto, alcune lettere di una corrispondenza che Tabucchi avrebbe intrattenuto nel 1985 con tale Xavier Janata Monroy, conosciuto tre anni prima alla Theosophical Society di Madras (città dell’India chiamata così fino al 1996, oggi Chennai). Corrispondenza reale, parzialmente ricostruita o del tutto inventata? Ovviamente propendere per una delle tre ipotesi diventa quasi irrilevante se si pensa che esse possono coesistere pacificamente fino a coincidere quando si parla degli scritti di Antonio Tabucchi. E il bello sta proprio in questo suo compiaciuto depistaggio.

Gli scrittori sono di solito persone poco fidate anche quando sostengono di praticare il più rigoroso realismo: per ciò che mi riguarda merito dunque la massima sfiducia (‘La frase che segue è falsa. La frase che precede è vera’).

Di certo, anzi, l’elemento autobiografico è più che mai scoperto in tutto il libro, basti pensare al racconto La battaglia di San Romano, in cui Tabucchi rievoca il suo mitico viaggio in Cinquecento attraverso la penisola iberica con la moglie Maria José de Lancastre, da lui sempre chiamata Zé, i figli Michele e Teresa e tanto di Orson Welles che proprio in quei giorni girava Falstaff (Sergio Costanzo ha dedicato a questo viaggio il racconto Istrici e mulini, contenuto nella raccolta curata da Luca Ricci Sosteneva Tabucchi, Felici Editore 2013). E anche se Tabucchi, alla fine di questo racconto, si premura (ma non ce ne sarebbe stato bisogno) di precisare che l’«io-narrante è naturalmente da considerarsi un personaggio di finzione», non si può non constatare che la biografia di questo io-narrante condivide moltissimo con quella dell’autore!

Infine un ruolo importante all’interno di queste brevi prose riveste il gusto per l’ecfrasi, che s’incontra altrove nell’opera tabucchiana: penso al racconto eponimo della prima raccolta di racconti Il gioco del rovescio, che si apre e si chiude con il riferimento a Las Meninas di Velázquez (1656), oppure al trittico delle Tentazioni di Sant’Antonio di Hieronymus Bosch (1501), dipinto che appare in Requiem. Ebbene, la “tentazione” di Tabucchi per la pittura ritorna qui nel racconto I volatili del Beato Angelico, nella Lettere di Don Sebastiano de Aviz, re di Portogallo, a Francisco Goya, pittore – prima delle tre lettere di Passato composto – e si fa predominante nell’impressionistico racconto La traduzione, in cui l’autore descrive il quadro di Vincent Van Gogh Il ponte di Langlois (1888) viaggiandovi letteralmente dentro, per parafrasare le parole dello stesso Tabucchi, il quale in una sua interivista RAI ha detto che «tradurre è viaggiare verso un’opera».

VanGogh-Tabucchi
Vincent Van Gogh, Il ponte di Langlois.

Dopo un’esperienza non del tutto positiva con Il filo dell’orizzonte (romanzo intorno al quale ho affidato, per il momento solo a un mio taccuino, parole non proprio lusinghiere), ho ritrovato il piacere di leggere Tabucchi, anche se – purtroppo – da lettore non esattamente al primo incontro con la sua opera, e quindi forse diventato proprio per questo un po’ troppo esigente (per non dire capriccioso). Ma, insomma, ho ritrovato il mio Tabucchi, e ho rinnovato quel dialogo impossibile che continuo a intrattenere con lui fin da quel nostro primo mancato incontro.

E alla fine, se un po’ ho imparato a conoscerlo, risulta chiara anche la scelta definitiva per il titolo della raccolta: questi racconti sono esattamente come gli insoliti volatili che fanno visita a Fra’ Antonino da Vecchiano… pardon, Fra’ Giovanni da Fiesole, e Tabucchi è stato lesto a dipingerli sul suo quaderno, prima che spiccassero irrimediabilmente il volo.

In quelle notti ricevetti molte storie. Trasmisi poco, lo confesso, la maggior parte del tempo la passai ad ascoltare. Quelle presenze avevano desiderio di parlare, e io stetti a sentire le loro storie cercando di decifrare comunicazioni spesso disturbate, oscure e sconnesse (‘Storia di una storia che non c’è’).

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