Letteratura: istruzioni per l’uso #3


[… precede]

1.5. La letteratura secondo Todorov

Tzvetan Todorov
Tzvetan Todorov

Fatte queste schematiche precisazioni preliminari, entriamo ora nel merito del saggio di Tzvetan Todorov, La letteratura in pericolo. Nella premessa, là dove parla delle sue letture giovanili e dei suoi studi universitari di letteratura, pone subito una questione assai importante: quali sono i confini della letteratura? Quali tipi di testi consideriamo – o sono da considerare – letterari, e quali no? Identifichiamo ancora oggi, come lascito della cultura romantico-borghese, la letteratura esclusivamente – o quasi – con gli scritti di immaginazione e di invenzione[1]? Todorov risponde agevolmente alla questione con una condivisibile visione allargata delle province su cui la letteratura può legittimamente rivendicare la sua sovranità. Scrive nella Premessa:

I testi che leggevo, racconti personali, resoconti, opere storiche, testimonianze, riflessioni, lettere, testi folcloristici anonimi non avevano in comune con le opere letterarie la condizione di essere inventati, perché descrivevano avvenimenti vissuti in prima persona; tuttavia, anche quelli mi facevano scoprire dimensioni sconosciute del mondo, mi emozionavano e mi stimolavano a pensare. In altre parole, per me si è esteso il campo della letteratura, perché ormai include, accanto a poemi, romanzi, racconti e opere drammatiche, il vasto ambito della narrativa destinata a uso pubblico o personale, il saggio, la riflessione[2].

Eccoci suggerito davvero un bel criterio, certo per niente ortodosso e nemmeno lontanamente scientifico, per riconoscere un’opera letteraria: essa è qualcosa che al contempo emoziona il lettore e lo stimola a pensare. Non male, vero? E a proposito di scientificità, vorrei qui riportare un altro suggestivo passo in cui Todorov spiega, solo in apparenza con estrema semplicità, la differenza che intercorre tra una prosa scientifica e una prosa letteraria, mettendo così in risalto di quest’ultima una ulteriore peculiarità, la quale contribuisce a distinguere e meglio caratterizzare la letteratura da ciò che letteratura non è:

La scienza enuncia dei principi di cui si scopre se siano veri o falsi mettendoli a confronto con i fatti che cercano di descrivere. L’enunciato «Baudelaire ha scritto Les fleurs du mal» è vero in questo senso, così come «l’acqua bolle a cento gradi», benché esistano anche delle differenze sul piano logico tra le due affermazioni. In questo caso si tratta di una verità come corrispondenza o adeguamento. Quando invece Baudelaire afferma che «il Poeta è simile al principe delle nuvole», vale a dire all’albatro, non è possibile procedere a una verifica, eppure non dice una cosa qualunque, cerca di rivelarci l’identità del poeta; in questo caso egli aspira a una verità come rivelazione, tenta di mostrarci la natura di un essere, di una situazione, di un mondo. Ogni volta si instaura un rapporto tra parole e mondo, eppure le due verità non si confondono. In un’altra occasione, descrivendo il lavoro dell’artista, Baudelaire spiega come distinguere i due tipi di conoscenza: «Per lui non si tratta di copiare, ma di interpretare in una lingua più semplice e più luminosa». Allo stesso modo egli dirà che il poeta non è altri che «un traduttore, un decifratore». La differenza, pertanto, sarebbe tra copiare (o descrivere) e interpretare[3].

Citare per esteso il passo appena letto ci fornisce dei preziosi spunti di riflessione, a cominciare da quel «rapporto tra parole e mondo» di cui parla Todorov, che ci permette di introdurre lo stretto legame fra tre elementi fondamentali, che sempre si trovano a coesistere – in diversa misura – in un’opera letteraria e che giocano un importante ruolo nella sua valutazione: il bello, il buono e il vero.

Nicolas Boileau
Nicolas Boileau

È a partire dal Rinascimento che alla poesia «si richiede di essere bella, ma la sua bellezza è definita dalla sua verità e dal suo contributo al bene»[4]. Todorov ci ricorda a tal proposito quanto ebbe a scrivere Nicolas Boileau nella Epistola IX, verso 1:

Nulla è bello fuorché il vero, solo il vero è amabile.

In una certa misura possiamo dire che ciò vale tuttora per l’opera letteraria, seppure con qualche adattamento alle mutate circostanze. Sono quindi necessarie alcune precisazioni, alcune “rettifiche” all’enunciato appena letto se vogliamo adattarlo al presente.

Partiamo dal vero. Aristotele considerava la poesia come imitazione della natura. Tuttavia, fin dagli inizi del Rinascimento, all’idea del letterato-imitatore si sostituisce quella del letterato-creatore, un nuovo Prometeo che non imita il mondo reale, ma crea un microcosmo autonomo. Questa idea di autonomia della creazione letteraria è ormai un assunto della nostra nozione di letteratura: il mondo (laddove questo non coincida proprio con quello reale) creato in un’opera letteraria è una entità autosufficiente rispetto al nostro mondo, ha una sua coerenza interna; tuttavia il mondo di carta, sostanziato di parole, ha una ben precisa corrispondenza con questo nostro mondo fenomenico. In altre parole, anzi in una sola parola, al mondo di un’opera letteraria, pur non essendo vero, si richiede di essere verosimile. Il poeta – o lo scrittore o il letterato che dir si voglia – si propone, quindi, quasi come un demiurgo che crea mondi paralleli, autonomi e altrettanto veri di quello reale. Anche se un demiurgo alla rovescia rispetto al mito che Platone narra nel Timeo, in quanto non su un iperuranico mondo delle idee modella il mondo reale, ma sulla base di quest’ultimo, e della sua esperienza di essere umano che vive in questo mondo (dato di fatto imprescindibile per la piena comprensione di qualsiasi opera letteraria, e non solo di finzione), crea un mondo ideale che rispecchia in pieno la sua idea di mondo. In ultima analisi, dunque, all’opera letteraria non si chiede più di essere aderente alla realtà, ma conforme al vero sì.

Per quanto riguarda il buono, e quindi la portata etico-morale che ha l’opera letteraria, possiamo affermare che questa, attraverso i fatti che occorrono ai suoi personaggi, e a prescindere se essi si annoverino tra i “buoni” oppure tra i “cattivi”, ci fornisce degli exempla, degli insegnamenti che, se anche non ci indicano apertamente quale sia la strada moralmente più giusta da percorre, inevitabilmente ci fanno riflettere. Scrive Todorov:

Descrivendo un oggetto, un avvenimento, un personaggio, lo scrittore non formula una tesi, ma stimola il lettore a farlo: propone e non impone, lasciandolo così libero e al tempo stesso invitandolo a essere maggiormente partecipe. Con un utilizzo evocativo delle parole, con il ricorso alle storie, agli esempi, ai casi particolari, l’opera letteraria produce un turbamento dei sensi, mette in moto il nostro apparato di interpretazione simbolica, risveglia le nostre capacità di associazione e provoca un movimento le cui onde d’urto proseguono a lungo dopo l’impatto iniziale[5].

La letteratura consente, attraverso l’identificazione emotiva che si instaura tra il lettore e il protagonista – o i protagonisti – della vicenda narrata (altro elemento fondamentale che contraddistingue un’opera letteraria), la moltiplicazione della nostra esistenza, in questo modo facendoci uscire dalla nostra finitezza individuale. Possiamo vivere miriadi di altre esistenze, pur restando la nostra esistenza una entità totalmente separata da queste; possiamo abitare qualsiasi esperienza, esemplare o riprovevole, e al contempo giudicarla con distacco, dal momento che non siamo noi gli attori. Insomma è come se i personaggi di un romanzo fossero i nostri avatar: attraverso di loro possiamo ritrovarci in mille avventure o anche commettere degli “efferati delitti” (come amano dire i giornalisti!), con il conseguente «turbamento dei sensi», che può essere così reale pur restando comodamente in poltrona col nostro libro tra le mani. È questa la portata purificatrice della catarsi aristotelica: la letteratura ci «permette di comprendere meglio la condizione umana e trasforma dall’interno l’animo di ciascuno dei suoi lettori»[6].

Abraham Jehoshua
Abraham Jehoshua

Mi sembra tuttavia utile registrare che proprio sulla questione etico-morale della letteratura non si trova affatto d’accordo lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua, il quale in un suo interessante libro, che nella traduzione italiana ha per titolo Il potere terribile di una piccola colpa[7], intende «mostrare come gli strumenti retorici di cui dispone la letteratura riescano spesso a influenzare il lettore, facendogli accettare scelte morali che, in circostanze normali, gli sarebbero sembrate inammissibili»[8], e per avvalorare questo assunto commenta, in maniera anche molto stimolante, degli esempi tratti dalla letteratura di tutti i tempi, compreso il passo biblico di Caino che uccide Abele.

Infine il bello, kantianamente inteso come sentimento né oggettivo né soggettivo, bensì intersoggettivo, ossia qualcosa di soggettivo che però pretende di essere universalmente riconosciuto. Si intuisce che al di là del significato che veicola, a un’opera letteraria si richiede di avere anche una sua valenza artistica: ci si aspetta che sia ben tornita, ben scritta, insomma, come una vera e propria opera d’arte, deve rispondere a dei canoni di bellezza, anche se questi non possono essere stabiliti oggettivamente, essendo determinati piuttosto dalla soggettività dei lettori (ecco l’intersoggettività). Ma il bello può essere sicuramente individuato nell’armonia degli elementi all’interno di un’opera. Sin dal XVIII secolo, con la nascita ufficiale dell’estetica – che ebbe notevole impulso in seguito alla pubblicazione dell’Aesthetica di Baumgarten nel 1750, opera che Benedetto Croce definì come vero e proprio “certificato di battesimo” di questa nuova disciplina –, si impone l’idea che la poesia non ha come scopo principale quello di imitare la natura (o di crearne una), né tanto meno di istruire o di piacere: lo scopo primario della poesia – della letteratura – è di produrre bellezza, che da questo momento in poi si caratterizza per essere fine a sé stessa. E quindi, in seguito a questa nuova prospettiva, nella formula “belle lettere”, come pure – anche se in misura minore – in quella di “belle arti”, «l’aggettivo “bello” non sarà più indispensabile, diventerà un’espressione pleonastica, perché l’“arte” ormai coincide con l’aspirazione alla bellezza»[9]. Indicative di questa nuova tendenza sono le parole di Gottold Lessing nel Laocoonte, opera pubblicata nel 1766:

Vorrei che si definissero opere d’arte soltanto quelle in cui l’artista può veramente manifestarsi come tale, in cui la bellezza è stato il suo disegno primo e ultimo. Ogni altra opera in cui si avverte la presenza delle convenzioni religiose, non merita tale nome, perché l’arte non è stata creata per se stessa, ma è stato soltanto un mezzo ausiliario della religione, che si è interessata più al significato che alla bellezza delle rappresentazioni sensibili che si è date[10].

Gotthold Ephraim Lessing
Gotthold Ephraim Lessing

Quindi in questo senso assumerebbe un ruolo fondamentale nella riuscita ed efficacia di una buona opera letteraria non tanto il coinvolgimento emotivo che scatta nel lettore quanto, con un diametrale cambiamento di prospettiva, le intenzioni artistiche dello scrittore. Questa riflessione ha tuttavia i suoi limiti: se anche un’opera letteraria – come pure un quadro, una musica d’orchestra o una qualsiasi altra forma di espressione artistica – coinvolge emotivamente il lettore – come lo spettatore o l’uditore – dovremmo o potremmo forse non considerarla come opera d’arte solo perché risultato di una committenza politica o religiosa? Il motivo di ispirazione dell’autore è sì importante nel riconoscere un’opera letteraria da qualcosa che non lo è, ma di sicuro ancora più importante, anzi direi decisivo per determinare la presenza o meno di un messaggio letterario, è proprio il coinvolgimento emotivo che si instaura nel lettore.

In un’altra sua opera poi, Drammaturgia d’Amburgo (1767), lo stesso Lessing sosterrà che la bellezza serve solo a distinguere l’arte da ciò che arte non è; mentre accontentarsi solo di perseguire la bellezza oppure aspirare a qualcosa di più elevato separa l’arte minore dall’arte maggiore, i semplici artisti dai geni[11]. E questo qualcosa di più elevato è il vero, la verità, che viene così a identificarsi proprio con la bellezza di un testo letterario. Si pensi in questo senso al famoso verso (49) della poesia Ode on a Grecian Urn di John Keats, che recita:

Beauty is Truth, Truth is Beauty.

Immanuel Kant
Immanuel Kant

Si è andata quindi progressivamente affermando la preponderanza della bellezza, del bello inteso kantianamente (la Critica del Giudizio di Kant ha effettivamente influenzato tutta la successiva riflessione sull’arte, fino a quella contemporanea), che è a sua volta – e al tempo stesso – piacere disinteressato e simbolo di moralità.

Tuttavia, muovendo proprio da simili considerazioni, secondo Todorov nel valutare un’opera i nostri attuali teorici della letteratura «ricadono nel monismo tipico dell’estetica classica, che voleva spiegare ogni cosa ricorrendo a un unico principio, l’imitazione, con la sola differenza che ora il nuovo principio unico si chiama bellezza»[12].

Questo ci porta a un’ultima riflessione circa il rapporto tra letteratura e bellezza e tra letteratura di massa e d’élite, e come sembri, per mezzo di quella “industria culturale” di cui parla Fortini, che il bello sia diventato prerogativa di una letteratura per pochi addetti ai lavori. Continuiamo quindi a leggere quanto scrive Todorov:

Ormai si scava un solco profondo tra letteratura di massa – produzione popolare a stretto contatto con la vita quotidiana dei suoi lettori – e letteratura d’élite, letta dagli esperti – critici, insegnanti, scrittori – che mostrano interesse solo per i virtuosismi dei suoi creatori. Da un lato il successo commerciale, dall’altro le autentiche qualità artistiche. Tutto avviene come se l’incompatibilità tra loro fosse naturale, tanto che l’accoglienza favorevole riservata a un libro da un gran numero di lettori diventa il segno del suo fallimento sul piano artistico e causa il disprezzo o il silenzio della critica[13].

Simili distinzioni ci possono anche stare, e anzi appare ormai inevitabile che ci siano. Ma fermo resta che la letteratura non è altro che una forma d’arte, una espressione della poesia crocianamente intesa, che attraverso la creazione di mondi di parole e attraverso l’esperienza dei suoi protagonisti ci fa conoscere e meglio comprendere l’esistenza umana, principale oggetto della conoscenza letteraria. Quindi, proprio come scrive Todorov, aiuta a vivere[14], e lo fa grazie alla sua portata universale, perché la letteratura comprende in un unico abbraccio tutti gli uomini, di ogni tempo e di ogni luogo. E non possiamo più considerare letteratura solo la scrittura di pura invenzione. Sotto molteplici forme e generi, e anche sotto forma di scrittura personale, privata (diario o scambio epistolare), quando un messaggio riesce a farci capire qualcosa di più della nostra esistenza attraverso il confronto con le più disparate esperienze dei suoi personaggi (fittizi o reali); quando ci coinvolge emotivamente fino a immedesimarci in uno o più protagonisti; e possibilmente quando è anche nelle intenzioni di chi scrive produrre un’opera letteraria e perseguire la bellezza artistica del suo testo: tutto questo, senza troppe distinzioni, è quel che noi usiamo chiamare letteratura.

[Continua…]


[1] Cfr. Fortini, Franco, voce Letteratura, in Enciclopedia Einaudi, 16 voll., Torino, Einaudi 1977-1984, vol. VIII (1979), pp. 152-175: p. 155.

[2] Todorov, Tzvetan, La letteratura in pericolo, traduzione dal francese di Emanuele Lana, Milano, Garzanti 2008, p. 16.

[3] Ivi, pp. 55-56.

[4] Todorov 2008, p. 38.

[5] Todorov 2008, p. 67.

[6] Ivi, p. 77.

[7] Yehoshua, Abraham Boolie, Il potere terribile di una piccola colpa, traduzione dall’ebraico di Asher Salah, Torino, Einaudi 2000.

[8] Ivi, p. 3.

[9] Todorov 2008, p. 42.

[10] Si legge in Todorov 2008, p. 49.

[11] Cfr. Todorov 2008, p. 49.

[12] Todorov 2008, p. 58.

[13] Ibidem.

[14] Vedi infra.

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7 pensieri su “Letteratura: istruzioni per l’uso #3

  1. Bellissimo articolo. Interessanti le considerazioni di Todorov, così come le tue riflessioni. Parlavo proprio di recente con un’amica del divario, spesso eccessivo o di natura snobistica, che viene spesso frapposto tra letture più o meno impegnate, tra lettori più o meno forti, e che a mio avviso non sempre ha senso di esistere, proprio per il fatto che qualsiasi opera letteraria (o pittorica, artistica, musicale ecc.) potrebbe recare in sé un certo tipo di messaggio che magari, anche se a me personalmente non dice nulla, potrebbe invece rivelarsi fecondo per un’altra persona. E se c’è anche la minima possibilità che si insaturi un coinvolgimento emotivo tra libro e lettore (o tra un’opera artistica e il suo ammiratore), è probabile che tale messaggio, oltre ad arrivare, inneschi anche qualcosa d’importante a livello psichico interiore, indipendentemente dalla bellezza artistica o dalla perfezione assoluta dell’opera stessa.

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    1. Grazie per questa tua stimolante riflessione.
      Con l’aiuto del saggio di Todorov, ‘La letteratura in pericolo’, sto cercando di capire cosa sia la letteratura. Tutto sta nel definirne, o anche solo abbozzarne, i confini, operazione niente affatto pedante – come potrebbe sembrare -, ma anzi necessaria. Perché diamo la letteratura per scontata, spesso non rendendoci conto che ci limitiamo passivamente a chiamare “letteratura” quello che scrittori e case editrici e critici letterari vogliono che consideriamo come tale. Dopo di che, presa in qualche modo consapevolezza “delle province su cui la letteratura può legittimamente rivendicare la sua sovranità”, credo che un ruolo fondamentale – sia come ulteriore discrimine sia come criterio di giudizio (anche qui intersoggettivo come il bello kantino) – spetti appunto al coinvolgimento emotivo che un’opera letteraria è in grado di instaurare con il lettore.
      Io amo il genere diaristico – oltre a quello autobiografico in generale -, e non solo i diari scritti con dichiarato intento letterario, ma anche e soprattutto i diari per così dire “veri”, quelli scritti appunto come diari personali, e che poi qualcuno a un certo punto scopre o ritrova e decide di pubblicare (vedi ad esempio lo straordinario caso di ‘Terra matta’ di Vincenzo Rabito, di cui ho scritto qui: https://francescofeola.wordpress.com/2014/06/28/autobiografia-di-un-semianalfabeta/). Come i diari di mio nonno, scomparso ormai da anni, che ho letto – e ogni tanto rileggo – come un libro sul comodino, ossia come vera e propria opera letteraria: c’è un protagonista, c’è la storia della sua vita, e soprattutto c’è eccome il coinvolgimento emotivo con il lettore.
      Ecco: guai se qualcuno un giorno venisse a dirmi che tutto questo non è letteratura! 😉

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  2. Ciao, Francesco, e grazie per questa occasione di riflessione. Stai trattando un argomento che intreccia discipline diverse e di alta specializzazione e, allo stesso tempo, chiama in causa emozioni comuni: la letteratura e l’arte in genere si collocano in questo punto di incontro e, anche se non ho letto questo saggio di Todorov (che spero di poter andare a sentire a settembre al Festivaletteratura di Mantova), mi trovo d’accordo sull’individuare come tratti caratterizzanti di questa materia misteriosa il trittico piacere/intrattenimento/emozione e la riflessione, la capacità dei grandi testi di parlarci e comunicarci qualcosa, nel senso etimologico del termine. E proprio per via di questo incrocio i divari e le barriere aprioristiche fra una produzione “degna” e una di “serie B” (per richiamare il problema sollevato da Alessandra) non hanno senso e, anzi, minano il senso stesso della cultura, che non esiste laddove si vogliano stabilire delle discriminazioni; anzi, aggiungo che proprio il porre la letteratura su piedistalli che ne celebrino l’artificiosità e la tecnica a scapito del contatto diretto ed emozionale sia ciò che ne devasta la fruizione e lo studio, facendo percepire libri, poesie e drammi come corpi estranei, mentre sono strumenti preziosi per conoscere e maturare, proprio per quella che hai evidenziato come la “portata universale” della letteratura. Se la conoscenza avviene attraverso l’emozione e il coinvolgimento, tanto meglio: sarà più stimolante e duratura. Grazie ancora e alla prossima. Cristina

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    1. Cara Athenae Noctua (posso chiamarti così, Cristina, vero? 😉 ), ho letto e riletto queste tue interessantissime considerazioni, e oltre ad averle profondamente apprezzate non posso fare altro che limitarmi a ringraziarti di cuore per averle condivise tra le pagine virtuali di questo blog, che trae la sua forza ispiratrice e si alimenta soprattutto a partire da questo tipo di partecipazione e condivisione.
      A rileggerci e ricommentarci presto!

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