Come si diventa scrittori?


Semplice: prima si scrive, poi si diventa scrittori, e poi ci si rende conto di esserlo diventati! Se non questa, quale altra magica risposta pensavate di trovare? Meglio essere chiari fin da subito.

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La copertina del libro.

A confidare, anche se indirettamente, questa apparente tautologia è Antonio Tabucchi nella prefazione, o meglio nella Nota alla seconda edizione di Piazza d’Italia, il suo romanzo d’esordio scritto nel 1973 e pubblicato da Bompiani nel 1975. La riedizione era quella Feltrinelli, e correva l’anno 1993. Si riproponeva ai lettori, «tale e quale come era», la storia della nostra penisola vissuta dagli “umili”, l’altra faccia della storia d’Italia raccontata dal punto di vista di tre generazioni di perdenti, dalla spedizione dei Mille e la monarchia al secondo dopoguerra e l’avvento della repubblica.

Ma ormai Garibaldo sapeva che l’acqua che muoveva il mulino era di tutti come il grano che macinava, che le folaghe che scendevano nei paduli a novembre erano di tutti, e che le guardie regie c’erano per ammazzare chi se n’era accorto.

A distanza di vent’anni dalla stesura del libro, Tabucchi guardava indietro, all’Io che era stato e che forse non era più, e confessava placidamente: «Non mi resi conto, a quel tempo, che con questo libro sarei diventato uno scrittore».


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Ma nel 1993, a distanza di vent’anni, poteva ben starne certo. E tra l’altro, non so a voi, ma a me fa uno certo effetto pensare che Tabucchi scriveva queste parole così dense e consapevoli proprio alla vigilia del suo pluripremiato capolavoro che lo consacrò definitivamente, Sostiene Pereira (Feltrinelli, 1994), che in quello stesso settembre 1993, data della prefazione, stava di sicuro scrivendo se non già semplicemente rivedendo…

«Le cose prima succedono e poi ci si riflette sopra», sintetizzava con la sua magistrale semplicità, quasi ammonendo – o almeno così mi è sembrato di capire – i tanti aspiranti scrittori che magari prima decidono di diventare scrittori e poi, al limite, si mettono a scrivere qualcosa (che, senza tergiversare troppo, si autopubblicano). Insomma: intanto scrivete, senza pretese, ma semplicemente dando il meglio di voi stessi. E poi? Be’, poi si vedrà!

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Antonio Tabucchi.

Ma al di là di questa mia personale interpretazione, forse un po’ troppo ardita, mi chiedo: come è possibile che anche per una semplice prefazione, nel giro di poche righe, Antonio Tabucchi sia riuscito a scrivere un piccolo capolavoro, a metà tra la recensione, il memoriale e il manuale d’uso? Per questo credo che valga davvero la pena di leggerla (e rileggerla) integralmente:

 

Scrissi Piazza d’Italia nel 1973 e lo pubblicai nel 1975. Sono passati vent’anni e mi sembra giusto ripubblicarlo, anche perché è introvabile da tempo. Lo ripubblico tale e quale come era, ripristinando il primitivo sottotitolo [“Favola popolare in tre tempi, un epilogo e un’appendice”, nda], al quale fu preferita la dizione “romanzo”. Allora scriverlo mi fece molta compagnia. Era una torrida estate in Toscana e io dovevo aspettare il settembre. Uscì per volontà del mio amico Enrico Filippini, che ricordo con affetto, e con una generosa quarta di copertina di Cesare Segre, cui va ancora il mio pensiero grato.

Non mi resi conto, a quel tempo, che con questo libro sarei diventato uno scrittore. Le cose prima succedono e poi ci si riflette sopra. Fa un effetto strano rileggersi dopo vent’anni. E ripubblicare un libro che fu il nostro Io di allora. Quello ero l’Io che sono oggi, mi viene da chiedermi, o un’altra persona? Non lo so, e forse non voglio saperlo. So che questo libro è le mie radici, di uomo e di scrittore. Tutto torna o niente torna. Che lo dica chi se ne intende.

Settembre 1993

A. T.

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