Letteratura: istruzioni per l’uso #1


1. Che cos’è la letteratura?

scuola
Studenti all’esame di maturità

Nell’insegnamento scolastico della letteratura – alle scuole medie come alle superiori – prima di illustrare questo o quell’autore e la relativa produzione, questa o quella corrente letteraria, questa o quella figura retorica – per non parlare poi della critica letteraria, che pure andrà presentata ai più o meno giovani discenti –, penso sia opportuno dedicare una o più lezioni preliminari per fermarsi a riflettere, a interrogarsi su cosa effettivamente intendiamo quando parliamo di “letteratura”, magari coinvolgendo attivamente la classe, dando luogo a una discussione.

Il fatto è che cercare innanzitutto di comprendere quali meraviglie dell’intelletto umano contenga questo misterioso scatolone potrebbe essere un primo ardimentoso passo per ravvivare l’interesse e la curiosità dei più giovani nei confronti della letteratura, vista sempre più come una delle tante materie inflitte a scuola, e anzi, a differenza di altre, anche meno utile…

Molti, moltissimi si sono già provati nel dare una risposta a quest’annoso quesito, e tutti hanno dovuto puntualmente prendere atto «della difficoltà e dell’impossibilità di una definizione semplice e univoca, da tenere a mente una volta per tutte, della letteratura»[1]; anzi taluni hanno parlato e parlano (forse a ragione?) della sostanziale inutilità di darne una definizione più o meno precisa[2].

Tzvetan Todorov
Tzvetan Todorov

Non siamo esattamente di quest’avviso (chiaro, altrimenti le righe che seguono non avrebbero la loro ragione d’essere), e perciò proveremo ad abbozzare una certa idea di letteratura (non già a darne una definizione), soprattutto seguendo le tracce di uno stimolante saggio del filosofo e linguista bulgaro naturalizzato francese Tzvetan Todorov, un agile volumetto che ha per titolo La letteratura in pericolo[3], nel corso del quale l’autore, oltre a delineare a più riprese la sua personale visione della letteratura, suggerisce la strada per un metodo alternativo di insegnamento, scolastico prima che universitario, e infine “giustifica” (siamo davvero al punto che ce n’è bisogno) il motivo per il quale si rende doveroso, e anzi imprescindibile, insegnare la letteratura a scuola. Peraltro il tutto è condotto con quella particolare maestria che solo i russi o i russofoni (come nel caso di Todorov) sanno riversare nella scrittura, e che un po’ avvicina la loro produzione saggistica alla prosa letteraria…

1.1. Un’occhiata ai dizionari

Ma innanzitutto, quale modo migliore per cercare di definire una parola come “letteratura” (che si sostanzia a sua volta proprio di parole!) se non cominciando a consultare i principali dizionari della nostra lingua[4] per vedere quale sia la definizione (per forza di cose schematica) che ne danno?

È così possibile isolare almeno tre significati principali.

1. Per “letteratura” s’intende in prima istanza l’insieme delle opere, in prosa o in versi, scritte in una determinata lingua (letteratura italiana, inglese, francese, araba) o in un determinato periodo storico-culturale (letteratura medievale, letteratura illuministica, letteratura contemporanea), «che rivestono valore artistico (o che, proprie di un ambito genericamente culturale, raggiungono valori anche estetici)»[5]; in altre parole con tale termine intendiamo un «insieme di opere scritte che si propongono fini estetici o hanno comunque, in ragione della loro concezione e del loro stile, un elevato valore nella storia intellettuale»[6]. Dunque capiamo subito che rientrano a far parte del patrimonio letterario di un popolo o di una cultura non solo opere che sono sin dall’inizio scritte dichiaratamente con fini, appunto, letterari, ma anche quelle opere afferenti piuttosto alla scrittura privata (scambi epistolari, diari, resoconti di viaggio), alla saggistica o anche alla pratica giornalistica, e che a un certo momento appaiono nel loro carattere universale (ci fanno capire qualcosa di più circa l’esistenza umana) ed estetico (opere scritte bene dal punto di vista formale, belle da leggere).

2. Per estensione, poi, “letteratura” è anche l’attività intellettuale finalizzata alla creazione di tali opere, ossia quella che si suole definire la “carriera delle lettere”, l’attività propria di chi fa il letterato “per professione” (anche se, come vedremo, il termine assume un valore ben diverso secondo il periodo storico cui ci riferiamo).

3. Inoltre con questo termine si può indicare la disciplina, scolastica o universitaria, «rivolta allo studio delle opere letterarie di un determinato popolo o di una determinata età»[7]. E ancora, per una sorta di sineddoche, con “letteratura” si può anche denotare il nostro bravo manuale di storia della letteratura.

Si potrebbe infine estendere il significato del termine riferendolo al complesso delle opere che specificamente trattano di un argomento, una disciplina, una materia anche non letteraria, come ad esempio nelle espressioni “letteratura scientifica”, “letteratura medica”, “letteratura giuridica”, ecc.; insomma quasi un sinonimo di “bibliografia”, come ad esempio – solo volendo restare in ambito letterario – nella frase: “Su questo tale poeta è stata già scritta molta letteratura”, ovvero c’è già una nutrita bibliografia.

Escludendo quest’ultima accezione, in questa sede stiamo facendo riferimento ai primi tre significati del termine “letteratura”, sicuramente i più forti rispetto ad altri, che pure si trovano nei dizionari. E tuttavia tra questi un posto privilegiato, ai fini del nostro discorso, occupa senz’altro quello che vede la letteratura innanzitutto come insieme di testi letterari, o meglio testi più propriamente scritti, precisazione che a questo punto va fatta dal momento che – come stiamo per vedere – etimologicamente la parola “letteratura” indicava qualcos’altro…

1.2. Una cosa è storicamente certa: la scrittura

Il termine deriva infatti dal latino litteratura, a sua volta derivato da littera che sta per “lettera dell’alfabeto”. Quindi all’inizio litteratura indicava appunto l’atto stesso di tracciare lettere su di un qualsiasi supporto, insomma indicava lo scrivere. Di conseguenza litteratus non era originariamente una persona che scriveva opere letterarie in prosa o in versi, ma molto più semplicemente indicava “qualcosa scritto con lettere”.

Quintiliano
Marco Fabio Quintiliano

Fu poi intorno al I secolo d.C. che il termine «cominciò a indicare l’insegnamento e più in generale lo studio della lingua, la grammatica»[8], parola quest’ultima che deriva dal greco γραμματική, grammatiké, a sua volta derivata da γράμμα, gramma, che sta per “lettera” (e dunque si noti qui la corrispondenza etimologica tra le parole “grammatica” e “letteratura”). Questa risemantizzazione si deve soprattutto all’uso in senso esteso che fece Quintiliano dei termini “letteratura” e “grammatica”, sotto la cui nozione l’oratore latino riconduceva tutte le tecniche della scrittura e del sapere, sostenendo altresì il carattere del tutto disinteressato degli studi linguistici, e attribuendo tra questi un ruolo di primaria importanza alla lettura dei poeti.

Dunque litteratura cominciò ad assumere il significato di conoscenza e studio della lingua scritta, in tutte le sue forme e le sue tecniche. E di conseguenza litteratus, da “scritto con lettere”, passò a indicare chi possedeva la scrittura, ma non semplicemente – come diremmo noi oggi – chi era alfabetizzato, bensì voleva indicare una persona colta, un erudito (anche se immaginiamo che all’epoca il saper scrivere e l’essere colti andassero di pari passo, mentre oggi non è per niente detto che chi sappia scrivere sia di conseguenza colto…)

Tuttavia, ancora nel nostro Trecento, le due accezioni del termine litteratus convivevano pacificamente, per cui si poteva parlare di Dante come letterato, ma anche di “marmo letterato” con riferimento, magari, a un’epigrafe su una lastra di marmo[9].

È invece col Rinascimento che il termine inizia ad assumere esclusivamente un significato vicino a quello di persona colta e istruita[10]. E parimenti, grazie all’invenzione della stampa a caratteri mobili, nasce e si sviluppa

un concetto moderno di letteratura, con nuove distinzioni e gerarchie tra le diverse scritture, con l’elaborazione di codici e forme più propriamente letterarie e degne di essere considerate tali, nettamente distinte dall’universo vario e caotico delle altre scritture[11].

Insomma la letteratura comincia a ritagliarsi il suo posto tra le diverse forme di scrittura che nel frattempo quest’essere così ingegnoso e infaticabile che è l’uomo era andato inventando e perfezionando nel corso dei secoli.

Così, almeno fino all’Ottocento, per letteratura s’intende una “specializzazione”, un’attività e una pratica ben definita, volta alla produzione di opere che hanno, al di là dei contenuti, un certo valore artistico. Era inoltre un insieme di conoscenze specifiche, che prevedeva specifici canoni di autori, tra cui imprescindibili erano i classici latini e greci.

Tuttavia il letterato non era solo colui che produceva opere letterarie e aveva familiarità con gli autori canonici. Il termine “letterato” individuava piuttosto, in ragione di un «esercizio nobile e disinteressato»[12] come quello delle lettere, uno status sociale, l’appartenenza a una ristretta classe elitaria, quindi un tratto di netta distinzione rispetto al livello culturale del volgo[13].

Franco Fortini
Franco Fortini

Affinché si superi questa idea che potremmo definire del “letterato-mandarino”[14], appartenente cioè quasi a una sorta di casta privilegiata (ma chiaramente con alterne vicende), e ci si avvicini sempre più in direzione della nostra attuale nozione di “letteratura” (e di “letterato”), bisognerà attendere, all’inizio del XIX secolo (ovvero all’indomani della Rivoluzione Francese), «lo sviluppo egemonico della borghesia e dei suoi intellettuali»[15], in altre parole quella che marxianamente si usa definire “rivoluzione borghese”. Suggestive e molto efficaci a tal proposito le parole di Franco Fortini volte a illustrare questo passaggio fondamentale nella storia della letteratura:

Nel conflitto fra la nozione di letteratura come conoscenza e quella di letteratura come sfera del genio, del gusto, della sensibilità e della fantasia, la posizione sociale dell’uomo di lettere, sottratta al controllo delle organizzazioni ecclesiastiche e al potere dei sovrani, trova nuovi motivi di indipendenza e di legittimazione. Il «letterato» diventa lo «scrittore». Lo «scrittore» si confonde con l’«intellettuale». Letteratura è, dalla rivoluzione francese al secondo impero, ogni forma di scrittura che si rivolge al pubblico tramite l’editoria, i periodici e il mercato librario[16].

Benedetto Croce
Benedetto Croce

Ecco dunque che possiamo a pieno titolo inserire la nostra attuale nozione di letteratura – e si sottolinea attuale proprio perché essa è soggetta a una relatività spazio-temporale, come ci fa avvertiti Giulio Ferroni quando precisa che letteratura è «ciò che volta per volta gruppi e ambienti sociali riconoscono come letteratura»[17] – in un ambito già abbastanza circoscritto, quello cioè «del genio, del gusto, della sensibilità e della fantasia». Benedetto Croce in questo senso parla di poesia nella sua Estetica, intesa come “lingua materna del genere umano”, come “espressione del sentimento” e come “intuizione lirica pura”. Da questo punto di vista la poesia, e il poetico, si possono manifestare attraverso svariate forme artistiche, non solo quella letteraria, ma anche quella musicale o figurativa. E anzi Croce faceva una sua distinzione, oltre che tra poesia e non poesia, anche tra poesia e letteratura, definendo quest’ultima come «tutto ciò che non è direttamente poesia, tutta quella serie di scritture che rappresentano il gusto di una società, i suoi modi di comunicazione, le sue forme di pensiero e di intrattenimento che non raggiungono la poesia, ma costituiscono la sua premessa, il suo retroterra culturale e sociale»[18].

Con l’ascesa al potere della borghesia, e con il concomitante incremento nella diffusione del libro a stampa, la letteratura si è venuta costituendo come una vera e propria istituzione, con i propri statuti, caratteri e regole ben precise, e ben presto ha finito col «rivendicare i propri antichi diritti nella forma del saggio e delle scritture critiche, nella diaristica autobiografica e nelle prose di meditazione»[19], come pure nella prosa giornalistica e in quella concepita per le rappresentazioni teatrali; vale a dire generi in prosa che, dal punto di vista del fruitore dell’opera letteraria, ovvero del lettore, nessuno un tempo avrebbe mai considerato propriamente letterari. Questa “questione di frontiera”, questa estensione del concetto di letteratura a territori prima inesplorati, non ha tardato a sua volta a generare antipatie e insofferenze verso le new entry che di volta in volta sono ascese al – o anche decadute dal – rango di opera di interesse letterario. Annosa questione che continua a trascinarsi fino ai giorni nostri, col solo risultato di complicare ulteriormente ogni tentativo di dare alla letteratura un suo legittimo dominio e una definizione non dico scientifica ma se non altro meno vaga e sfuggevole.

Ad ogni modo questo breve excursus sulla nozione di “letteratura” nel corso della storia ci permette di individuare sicuramente un primo trait d’union per cominciare a circoscriverla, ed è chiaramente lo stretto (direi indissolubile) legame che intercorre tra la letteratura – e non solo in quanto produzione letteraria – e la scrittura, testimoniato anche dal fatto che al giorno d’oggi parliamo di letterato per lo più in riferimento a un cultore o a un insegnante di letteratura, mentre parliamo piuttosto di scrittore quando vogliamo riferisci a una persona che produce, che scrive opere letterarie…

[Continua…]


[1] Ferroni, Giulio, Storia della Letteratura Italiana, 4 voll., Milano, Einaudi 1991: vol. I, Introduzione, p. VIII.

[2] Cfr. Fortini, Franco, voce Letteratura, in Enciclopedia Einaudi, 16 voll., Torino, Einaudi 1977-1984, vol. VIII (1979), pp. 152-175: p. 152.

[3] Todorov, Tzvetan, La letteratura in pericolo, traduzione dal francese di Emanuele Lana, Milano, Garzanti 2008.

[4] Si fa qui particolare riferimento alla voce “letteratura” che si legge nel Grande Dizionario della Lingua Italiana, 21 voll., fondato da Salvatore Battaglia, Torino, UTET 1961-2002 (GDLI) e a quella riportata nel Grande Dizionario Italiano dell’Uso, 8 voll., fondato e diretto da Tullio De Mauro, Torino, UTET 2000-2007 (GRADIT).

[5] GDLI.

[6] GRADIT.

[7] GDLI.

[8] Ferroni 1991, p. VIII.

[9] Cfr. Fortini 1979, p. 153.

[10] Cfr. ibidem.

[11] Ferroni 1991, p. VIII.

[12] Ibidem.

[13] Fortini fa notare che proprio «A quella qualificazione e collocazione sociologica pensava Gramsci quado vedeva nei “letterati” dei secoli passati gli “intellettuali organici delle classi dirigenti” in Italia; una prosecuzione dei clerici del mondo medievale (ma distinti in Dante: “cherici | e litterati” [Inf., XV, vv. 106-7]). Tale accezione di “letterato” è quella che più si avvicina alla equivalente della Cina antica, dove i mandarini esercitavano però un potere funzionariale, burocrati di uno Stato non feudale né teocratico» (Fortini 1979, p. 153).

[14] Cfr. nota precedente.

[15] Fortini 1979, p. 154.

[16] Ibidem.

[17] Ferroni 1991, p. VIII

[18] Ivi, p. X.

[19] Fortini 1979, p. 155.

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5 pensieri su “Letteratura: istruzioni per l’uso #1

    1. Ciao, questa è proprio una domanda da un milione di dollari! Secondo me i dubbi sorgono perché, anche volendone allargare la definizione, la Letteratura resta quella che si fa sui libri e attraverso i libri, parole scritte per essere principalmente lette su una pagina, non ascoltate in una canzone. Ma, se ci pensi, le cose cambierebbero qualora si parlasse di Nobel per la PAROLA, anziché per la Letteratura. Perché Bob Dylan è stato insignito del Nobel per la Letteratura per aver usato la parola in modo poetico, o meglio, per citare la motivazione dell’Accademia di Svezia, “per aver creato una nuova espressione poetica nell’ambito della grande tradizione della canzone americana”.
      Cosa ne pensi? Spero di aver risposto, anche solo in parte, alla tua domanda, di cui ti ringrazio! 😉

      1. non so cosa dire. le ragioni del sì possono essere anche fondate, ma lo stomaco mi dice che qualcosa non quadra. forse è meglio che mi mangi un gelato…

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