Di Olocausto si deve parlare


pisa_memoria_2015Parlare di Olocausto non è facile. E c’è un giorno dell’anno, il 27 gennaio, che lo è ancor meno. Le parole, infatti, sono una responsabilità immane se vogliono raccontare un orrore senza confini. E nel Giorno della Memoria il mondo intero ha preso l’impegno di parlare di Olocausto, o Shoah, così come si parla di una colpa che è come un peccato originale e allo stesso tempo di un agghiacciante torto subìto che travolge prepotentemente ogni essere umano.

Parlare del folle sterminio di sei milioni di persone non è facile. Ma a Pisa, come già negli anni passati, ci stanno provando proprio in questi giorni, rispondendo all’impegno preso con la Storia e con la Vita stessa attraverso un vasto programma – cominciato già il 14 gennaio e che andrà avanti fino al 24 febbraio – di itinerari, incontri (in particolare quelli coi bambini e gli studenti delle scuole), seminari, lezioni, proiezioni e testimonianze.

Tra i vari appuntamenti (oltre al depliant di seguito riprodotto, il programma completo è consultabile al sito www.pisainformaflash.it) segnaliamo la presentazione del libro di Anna Foa Portico d’Ottavia il 30 gennaio presso il Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa; l’incontro Shoah e male politico nel Novecento il 5 febbraio a cura della Scuola Superiore Sant’Anna; il concerto The voice of a people il 24 febbraio al Teatro Verdi.

Si parla tanto, e soprattutto dopo i recenti fatti di Parigi, di terrorismo islamico come di un pericolo reale che colpisce l’Occidente. Ebbene, parlare di Olocausto significa, tra le altre cose, ricordare che proprio nel nostro Occidente cova ancora, sotto le ceneri di uomini e donne e bambini cremati in forni che sono ancora lì a ricordarcelo, la brace mai spenta dell’antisemitismo, fenomeno altrettanto pericoloso poiché, allo stesso modo del terrorismo islamico, uccide crudelmente, senza una ragione comprensibile, ammesso che per farlo ve ne possa essere una.

Anche per questo Pisa ha scelto di dedicare non solo il 27 gennaio bensì più di un mese per parlare di Olocausto e riaprire una ferita che anzi sarebbe meglio lasciare aperta tutto l’anno, affinché il dolore dell’anima che ne scaturisce possa guidare l’uomo a non delirare mai più.

Non è facile, ma di Olocausto bisogna parlare. Sempre. Proprio perché non restino solo parole…


Articolo pubblicato su «Il Fogliaccio», n. 449 (30 gennaio 2015 – 12 febbraio 2015), p. 9
(vai al numero)

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