Un (falso) livornese a Pisa


Amedeo Modigliani
Amedeo Modigliani

A Pisa, fino al 15 febbraio 2015, in concomitanza con la mostra di Palazzo Blu dedicata al grande pittore e scultore livornese Amedeo Modigliani e intitolata Modigliani et ses amis, sono esposti presso il Museo Nazionale di San Matteo i “falsi Modigliani”, ossia le tre sculture protagoniste della famosa burla che fu messa in scena negli anni Ottanta del secolo scorso.

La leggenda, legata all’immagine dell’artista “maudit”, voleva che nel 1909 Modigliani, che nel frattempo viveva a Parigi già dal 1906, fosse tornato a Livorno e avesse realizzato alcune sculture; ma poi, deriso da alcuni amici artisti cui le aveva mostrate presso il Caffè Bardi, decise di seguire il beffardo consiglio dei suoi detrattori gettandole nel Fosso Reale.

Sicché nella primavera del 1984, in occasione del centenario della nascita dell’artista, si decise di dragare il Fosso nei pressi di piazza Cavour, proprio dove si trovava il Caffè Bardi, per dimostrare la veridicità dell’episodio.

Le operazioni iniziarono il 17 luglio. E – meraviglia! – il 24 luglio furono rinvenute due teste dalle fattezze femminili e allo stato di abbozzo, la prima in granito dell’Elba, la seconda in pietra serena. S’innescò immediatamente un clima di assoluta autosuggestione: i tratti stilizzati e gli sguardi assenti che le caratterizzavano le fecero subito attribuire da alcuni autorevoli storici dell’arte, tra cui Giulio Carlo Argan, a Modigliani.

L’11 agosto le due sculture furono quindi esposte al Museo d’Arte Progressiva di Livorno, ove dal 1° luglio si era aperta, sempre in occasione del centenario della nascita, la mostra Modigliani. Gli anni della scultura, curata da Dario e Vera Durbè. Nel frattempo era giunta la notizia di un terzo ritrovamento, un’altra testa, anch’essa in pietra serena, rinvenuta il 9 agosto e che aveva riscosso fin dall’inizio giudizi favorevoli sulla paternità modiglianesca.

Ma, a distanza di poco tempo dai clamorosi ritrovamenti, giunsero due altrettanto clamorosi colpi di scena.

I tre studenti livornesi autori della burla
I tre studenti livornesi autori della burla

Il primo ebbe luogo il 3 settembre. Una delle teste, la cosiddetta Modì 2, era in realtà opera di tre studenti universitari livornesi che l’avevano realizzata con mezzi improvvisati e gettata nel Fosso Reale durante la notte per puro divertimento. Lo scoop, rilasciato al settimanale «Panorama» con tanto di documentazione fotografica che li ritraeva assieme alla scultura, fruttò ai giovani ben dieci milioni di lire.

Poco dopo, il 13 settembre, la stampa nazionale riferiva che le altre due teste, Modì 1 e Modì 3, erano invece opera di un giovane artista livornese che viveva come lavoratore portuale, tale Angelo Froglia, il quale avrebbe motivato il suo gesto come «un’operazione estetico-artistica per verificare fino a che punto la gente, i critici, i mass-media creano dei miti». E a confermare la sua versione produsse un filmato durante il quale scolpiva le due teste.

I tre
I tre “falsi Modigliani”

A onor del vero «non si tratta nemmeno di falsi, né di repliche, né di copie», come tiene a precisare Dario Matteoni, direttore del San Matteo, «ma sono opere nate sulla scia di una mitologia, e diventati poi “falsi” nel meccanismo comunicativo». Infatti, continua Matteoni, «né gli studenti né il Froglia avevano la pretesa di realizzare delle opere d’arte, ma si è trattato per i primi di un gesto puramente goliardico, per il secondo di una più consapevole azione estetica».

Ora le tre teste, a ogni buon conto note come “falsi Modigliani”, testimonianza dell’entusiastica autosuggestione collettiva di quei giorni e al contempo sintomo di una problematica che attraversa tutta la storia dell’arte, ossia la validità del metodo attribuzionistico, hanno abbandonato i depositi del Museo Civico di Livorno e sono in mostra a Pisa, al Museo Nazionale di San Matteo fino al 15 febbraio 2015 (stessa data in cui finirà la retrospettiva di Palazzo Blu dedicata all’artista livornese).

Un’occasione per vedere da vicino i pomi della discordia in questa singolare vicenda che stanno lì a demarcare e a ricordarci il labile confine tra ciò che è arte e ciò che non lo è; ma anche un’occasione per ammirare gli straordinari capolavori che il San Matteo accoglie, dalle monumentali croci dipinte al polittico di Simone Martini, dal Beato Angelico al Ghirlandaio, da Donatello a Masaccio e, vero fiore all’occhiello secondo il gusto personale di chi scrive, la Sacra Conversazione di Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma, un meraviglioso olio su tela datato 1542.


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