Lampi su Pasolini


Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini

La storia d’Italia è piena di capitoli oscuri: bombe, omicidi, finti suicidi, sparizioni, finti incidenti, Mattei, De Mauro, Feltrinelli, Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, Rostagno, Ilaria Alpi, D’Antona, Biagi, Michele Landi, Ustica… A ogni morte un fascicolo distrutto, un memoriale scomparso, un computer manomesso. Anche l’omicidio di Pasolini è uno di quei capitoli bui?[1]

Il 2 novembre 1975, alle 6 e 30 del mattino, una donna rinviene sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia, accanto alla sua auto, un corpo senza vita, sfigurato e reso irriconoscibile dalla brutalità con cui l’uomo è stato ucciso. È il corpo di Pier Paolo Pasolini.

Viene prontamente fermato il diciassettenne “ragazzo di vita” Pino Pelosi, reo confesso. Le cose sarebbero andate, stando alla sua versione, in questo modo: il giovane avrebbe incontrato Pasolini alla Stazione Termini, e sarebbe stato da questi invitato a salire sulla sua Alfa Romeo GTV 2000, per poi cenare in una trattoria nei pressi della Basilica di San Paolo; dopo cena si sarebbero diretti verso la periferia di Ostia, e a questo punto Pasolini avrebbe avanzato delle pretese sessuali, alle quali Pelosi avrebbe tentato di sottrarsi; la lite che sarebbe quindi scoppiata tra i due avrebbe avuto esito nella morte violenta dello scrittore . Ma si capisce ben presto, date le modalità dell’omicidio, che Pasolini non può essere stato ucciso dal solo Pelosi. Questi viene quindi condannato per omicidio in concorso con ignoti.

Carla Benedetti
Carla Benedetti

Per quanto concerne la «ricostruzione ufficiale, che parla di una rissa di natura sessuale tra due persone e di cui ci si è accontentati per anni», Carla Benedetti – prosegue nel suo articolo apparso sull’«Espresso» e intitolato Giallo Pasolini – sottolinea che

Molti letterati ci hanno ricamato su: la “morte poetica” di Pasolini, il suo “capolavoro”! Una morte “sacrificale”, persino “cercata”. Giuseppe Zigaina, amico di Pasolini, ha scritto per Marsilio ben cinque libri, in cui sostiene che lo scrittore avrebbe “organizzato” la propria morte per “entrare nel mito”. Tutto questo oggi suona grottesco, persino ambiguo. Quella versione, che tanto piace ai letterati, si è rivelata sempre più come una copertura, servita a sviare le indagini e a celare un altro tipo di delitto.

Dunque la versione ufficiale sulla morte di Pasolini – salutata da molti come un epilogo quasi inesorabile e preannunciato; una scena, tolta dal suo cinema, scritta diretta e magistralmente interpretata da Pasolini stesso; l’ultimo spettacolare capitolo del romanzo più affascinante che abbia mai scritto, la sua vita – sarebbe in realtà servita a nascondere un’altra versione, altre persone, altri moventi, «un altro tipo di delitto». E d’altronde, continua la Benedetti,

nel 2005, scontata la pena, Pelosi ha ritrattato, e ha detto di essersi accusato dell’omicidio perché sotto minaccia. Sono emerse anche altre testimonianze a suo tempo trascurate dagli inquirenti. Sono venute allo scoperto le negligenze e le coperture che hanno accompagnato fin dall’inizio tutta la vicenda.

Tomba di P. P. Pasolini accanto a quella della madre
Tomba di Pier Paolo Pasolini accanto a quella della madre

Il sospetto ormai di molti, avvalorato peraltro da recenti indagini, è che la morte di Pasolini altro non sia che un clamoroso quanto estremo episodio di censura – se così mi è lecito chiamarlo – brutalmente applicata nei confronti di un personaggio scomodo in ragione di quanto andava scrivendo durante gli ultimi anni della sua vita.

Il 14 novembre 1974, e cioè nemmeno un anno prima della sua morte, Pasolini scriveva sul «Corriere della Sera» un articolo dal titolo Che cos’è questo golpe?, articolo poi confluito negli Scritti Corsari col titolo Il romanzo delle stragi. Basta leggerne le prime battute per capirne il tenore:

Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum.
Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista)[2].

E tuttavia il pomo della discordia non dovette essere quest’articolo. A condannarlo sarebbe stato invece quanto stava scrivendo nelle pagine che avrebbero poi dato corpo al romanzo Petrolio.

Questo, come riassume Carla Benedetti nell’articolo Quattro porte su ‘Petrolio’, «è un romanzo sul potere. Un susseguirsi di “Appunti” che si stratificano e si espandono avendo per asse il tema del potere»; e, poco più avanti, precisa che tale romanzo è «costruito proprio sul rifiuto di narrare una storia, sul rifiuto di farsi narratore, di assumere le vesti convenzionali di un narratore».

Ora, il sospetto che la morte di Pasolini sia collegata a questo suo romanzo è alimentato dal fatto che quasi tutti gli “appunti” che vanno dal 20 al 30, e dedicati all’Eni, sono misteriosamente assenti nell’edizione a stampa (il libro è stato edito postumo, per la prima volta, nel 1992 per i tipi di Einaudi, «17 anni dopo l’omicidio, un ritardo solo in parte giustificato dall’incompiutezza del manoscritto»): di questi restano solo il 20, il 22 e il 23, mentre dell’“Appunto 21” non è rimasto altro che il titolo, “Lampi sull’Eni”, seguito da una pagina bianca.

Contro chi[3] continua a sostenere che una tale assenza non dovrebbe stupire in un romanzo che dichiaratamente non possiede la struttura propria di un romanzo, e che già di per sé presenta diverse lacune tra gli appunti (questi risultano – ma solo apparentemente – sconnessi tra di loro, non legati da una trama organica e lineare), c’è la parola dell’autore stesso, il quale nell’“Appunto 22a” rimanda proprio all’“Appunto 21”:

Per quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili, malgrado il misto, della formazione partigiana guidata da Bonocore [Enrico Mattei, nella finzione del romanzo] ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato “Lampi sull’Eni”, e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria[4].

Enrico Mattei
Enrico Mattei

A quel capitolo, quindi, vi si rimanda come se fosse già stato scritto dall’autore in precedenza. Inoltre, «stando alle dichiarazioni di Pasolini, Petrolio avrebbe dovuto essere molto più lungo di quello che ora abbiamo».

Ma allora, ammettendo che i fogli corrispondenti agli “appunti” in questione furono effettivamente fatti sparire, come si pensa, in seguito a un furto in casa di Pasolini avvenuto subito dopo la sua morte, cosa contenevano di così tanto scottante da indurre qualcuno a rubarli?

Ebbene, sembra proprio che in quegli appunti ci fosse la chiave per risolvere l’omicidio di Enrico Mattei, e quindi per risalire – magari senza nemmeno incontrare troppi artifici letterari – al suo mandante, a chi cioè aveva interessi sulla sua morte.

Chi ha eventualmente sottratto quei fogli ha però lasciato tra le carte del manoscritto uno schema riassuntivo finale – dato dunque alle stampe – intitolato “Storia del problema del petrolio e retroscena”. Questo contiene uno specchietto, del quale nell’Edizione Einaudi del 1992 viene riportata una copia anastatica tratta dal manoscritto originale[5], e la seguente annotazione, quanto mai esplicita e chiarificatrice:

In questo preciso momento storico (I BLOCCO POLITICO) Troya (!) sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti). Egli con la cricca politica ha bisogno di anticomunismo (‘68): bombe attribuite ai fascisti[6].

Lo schema intitolato “Storia del problema del petrolio e retroscena”
Lo schema intitolato “Storia del problema del petrolio e retroscena”

Eccola dunque, in questo schema, la ragione sufficiente che avrebbe potuto portare a quel crudele omicidio, e subito dopo al furto di quei fogli così incriminanti. Una ragione che riusciamo appena a intravedere, che si nasconde – ma neppure più di tanto – dietro la sinteticità lapidaria di questa frase. E tuttavia è quanto basta – o meglio potrebbe bastare, se queste ipotesi trovassero effettivo riscontro – per capire insieme la ragione della morte di Mattei e di Pasolini, e i rispettivi mandanti (quantomeno collegati tra di loro, se non gli stessi). Tutto sembrerebbe rispondere a una perversa logica del potere:

Pasolini spiega il delitto Mattei in modo diverso da quello più accreditato. Non chiama in causa gli interessi americani, le sette sorelle, l’Oas, i servizi segreti. No. Mattei è stato ucciso per far posto a Troya, cioè a Cefis.

E quell’illuminante annotazione sopra riportata non sarebbe altro che un piccolo dettaglio (potremmo dire un indizio) sfuggito a chi, venuto in qualche modo a conoscenza del contenuto di quei fogli, si è voluto frettolosamente improvvisare censore-ladro di quegli scritti, previo assassinio dell’autore, onde preservare una troppo delicata verità.

Una verità messa a tacere per diversi anni, ma improvvisamente riemersa già nel 2001, quando il giudice della procura di Pavia, Vincenzo Calia,

ha ricostruito questo scenario: Mattei fu fatto fuori da un’oscura regia politico-istituzionale tutta interna all’Italia, di cui Cefis teneva le fila. Le stesse conclusioni di Pasolini 25 anni prima. E probabilmente le stesse a cui era giunto Mauro De Mauro, il giornalista scomparso a Palermo nel 1970, a cui il regista Francesco Rosi chiese di indagare sugli ultimi giorni di Mattei per il film che stava girando [Il caso Mattei, 1972, con Gian Maria Volonté, n.d.r.] […] Il magistrato ha inserito nell’istruttoria la pagina con lo specchietto.

de-mauro
Mauro De Mauro

Potrebbe essere dunque questa la triste verità: un grande poeta, scrittore, giornalista, cineasta, un intellettuale tra i più influenti nel panorama culturale italiano del XX secolo, un artista poliedrico che ha lasciato un segno indelebile, e anzi una cicatrice profonda, considerando l’impatto che hanno avuto le sue idee sulla nostra letteratura (sia in poesia che in prosa) e sul nostro cinema, avrebbe subìto una irrimediabile quanto atroce condanna perché colpevole di essere giunto a una verità eclatante, una verità cui non doveva essere ammesso nessuno. Una verità cui Pasolini, invece, attraverso le sue parole e attraverso il così potente mezzo Letteratura (intesa qui come parola nella sua accezione più alta), avrebbe potuto irrimediabilmente ammettere tutti i suoi lettori. Un pesante atto di denuncia che doveva essere prontamente eliminato assieme al suo autore.

Pier Paolo Pasolini. Eliminato, come il giornalista Mauro De Mauro (che, come sottolinea Benedetti, era forse giunto alle stesse conclusioni sul caso Mattei), perché reo di aver messo i bastoni tra le ruote a un losco potere fondato sull’illecito. Un potere che non ha saputo trovare altra arma, se non l’omicidio, per contrastare un altro tipo di potere, ancora più temibile, così etereo e inafferrabile, eppure – o meglio proprio per questo – così efficace e spiazzante: il potere della parola.


[1] Tutte le citazioni riportate nel presente articolo – infratesto o, virgolettate, nel corpo del testo stesso – quando non diversamente indicato, sono di volta in volta tratte da C. Benedetti, Quattro porte su ‘Petrolio’, «Nazione Indiana» (14 ottobre 2003), e da Id., Giallo Pasolini, «L’Espresso» (29 marzo 2010), rispettivamente consultabili ai siti:
http://www.ilprimoamore.com/old/testi/Carla_Benedetti_quattro_porte_su_petrolio.pdf;
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/giallo-pasolini/2123909/.

[2] Cfr. P. P. Pasolini, Il romanzo delle stragi, in Id., Saggi sulla politica e sulla società, a c. di W. Siti e S. De Laude, Milano, Mondadori 1999, pp. 362-367.

[3] Tra cui «Graziella Chiarcossi (erede di Pasolini, e moglie [scomparso, n.d.r.]dello scrittore Vincenzo Cerami)», che curò l’edizione postuma di Petrolio per i tipi di Einaudi nel 1992, e «Walter Siti, curatore degli Opera Omnia di Pasolini (Meridiani, Mondadori)» (Benedetti, Giallo Pasolini, cit.).

[4] P. P. Pasolini, Petrolio, a c. di S. De Laude, Milano, Mondadori 2005, p. 106.

[5] Come pure in Pasolini, Petrolio, cit., pp. 126 e 586.

[6] Ivi, p. 127.

Annunci

3 pensieri su “Lampi su Pasolini

  1. L’ha ribloggato su Francesco Feola e ha commentato:

    “La storia d’Italia è piena di capitoli oscuri: bombe, omicidi, finti suicidi, sparizioni, finti incidenti…” A quarant’anni dall’omicidio di Pierpaolo Pasolini, proviamo a capire quella tragica notte all’Idroscalo di Ostia.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...