Roberto Saviano: un intellettuale in Vespa per raccontare Gomorra 2/3


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Ma al di là di tutto, del clamoroso atto di denuncia, del successo planetario del suo libro accanto alle antipatie, alle critiche, alle accuse che lo investono tuttora, dovremmo essere in ogni caso grati a Saviano anche solo per tutti gli aspetti, intrinseci o collaterali al suo libro e alla sua vita, oggetto di più o meno acceso dibattito. Questo è ciò che di solito fa, o cerca di fare attraverso la sua opera, un intellettuale: porre all’attenzione un problema e suscitare intorno ad esso un dibattito, un confronto. E anche – perché no – uno scontro, purché esso sia sempre costruttivo e mai pretestuoso.

Il 18 febbraio 2004, in tempi quindi molto recenti, Romano Luperini lamentava, in un articolo apparso sulle colonne dell’«Unità» e poi confluito nel volume La fine del postmoderno[1], che non ci fossero più nel nostro Paese figure di scrittori intellettuali come quelle di Calvino, Sciascia, Zanzotto, Luzi, Sereni, Fortini, Pasolini. Colpa a suo avviso di

Romano Luperini
Romano Luperini

un declino della civiltà italiana, o comunque di una parte consistente, avviatosi già a partire dagli anni Ottanta e accentuatosi poi con il passare degli anni sino a toccare in questo inizio di millennio un suo punto estremo. […] un declino, dunque, non solo politico ed economico (su questo siamo tutti d’accordo) ma anche intellettuale. […] Siamo davanti a uno sbracamento complessivo, a una mancanza di orgoglio culturale e di dignità nazionale, a un disinteresse per la cosa pubblica, a una accettazione frettolosa di ogni novità indotta dalla americanizzazione.[2]

Un retaggio del postmoderno che recava con sé la sterile idea di “fine del Nuovo”. E così, in una morsa angusta tra fiction e autoreferenzialità, per anni non era stato più possibile scrivere niente di nuovo, così come non sembrava possibile che potessero nascere scrittori e critici e intellettuali degni di essere chiamati tali. Poi, concludeva Luperini, «il postmoderno, con il suo disincanto e il suo manierismo giocoso e disimpegnato, in agonia già da tempo, è morto, definitivamente crollato con le due torri di New York. Ma nessuno in Italia sembra essersene accorto»[3].

Questo articolo diede luogo a un acceso dibattito in cui intervennero, rispondendo sulla stessa testata, Tiziano Scarpa (che nel suo articolo accusò Luperini di “padrismo”, sviluppando un concetto molto interessante anche da un punto di vista sociologico[4]), Antonio Moresco e Carla Benedetti. In questo modo, con quest’articolo che appare quasi come una sana provocazione, Luperini aveva semplicemente assolto ancora una volta a quello che è il compito e la funzione dell’intellettuale: intervenire nel dibattito culturale chiamando altri intellettuali al confronto.

Ma poi nel 2006 Roberto Saviano pubblica, per i tipi di Mondadori, Gomorra. E Luperini fa un incondizionato retro front. Un altro tratto, a mio vedere, proprio dell’intellettuale: l’onestà (intellettuale!) di tornare sui propri passi, anziché difendere strenuamente idee che i fatti sembrano obiettivamente smentire. E così Luperini, in una sua recensione[5], ammette che «nessun altro libro recente ha la forza di rottura, la capacità di indicare la nascita di una nuova fase, come Gomorra di Roberto Saviano». Ma, soprattutto, pone l’accento su un aspetto molto importante, sulla nuova figura di intellettuale rappresentata appunto da Saviano:

Tra oggettività e soggettività s’istaura così un cortocircuito che rivela una eredità assunta consapevolmente: quella dell’intellettuale scomodo e marginale, che vive al confine, sulla frontiera, e pratica una sorta di contrabbando fra società e comunità diverse (quella dei camorristi e quella del laureato in filosofia che fa il ricercatore, quella delle periferie degradate e l’altra dei centri della civiltà, quella del denaro e della arroganza e quella della cultura e della dignità morale). Questa figura storica – da Baudelaire a Pasolini – ha assunto però da qualche tempo una nuova dimensione: non aspira più a occupare il centro della scena, non accampa utopie, accetta come scontata e senza prospettive la propria marginalità.

E ancora, in conclusione:

Il nuovo intellettuale, il trentenne che esce da una adolescenza prolungata per piombare nella condizione del precario, ha da essere fungibile e flessibile, deve adattarsi a lavori e mansioni diverse all’interno dell’ICT (Information and Comunications Tecnology). Se i giovani del Gruppo 63 erano l’avanguardia in vagone-letto, il ricercatore Saviano che si muove in scooter nei territori devastati del napoletano e del casertano è la figura più eloquente di una nuova condizione storica.

È questo l’identikit dell’intellettuale rappresentato da Roberto Saviano. E quello che la nostra epoca gli richiede o si aspetta da lui: «fungibile e flessibile», e capace di «adattarsi a lavori e mansioni diverse». La differenza sostanziale rispetto a trenta o quarant’anni fa risiede nella posizione che l’intellettuale oggi occupa all’interno della società, o meglio che gli è concessa. Una posizione, appunto, sempre più marginale, e una marginalità culturale di cui ormai l’intellettuale ha preso coscienza, che suo malgrado accetta, non avendo poi molta scelta.

Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini

Un processo di marginalizzazione dell’intellettuale già in corso, potremmo dire, ai tempi di un Pier Paolo Pasolini, cui Saviano si richiama in un capitolo centrale del suo libro, Cemento armato, che nell’ultima parte diventa un rifacimento del celebre articolo pasoliniano Che cos’è questo golpe? apparso sul «Corriere della Sera» il 14 novembre del 1974 e poi confluito negli Scritti corsari col titolo Il romanzo delle stragi[6]. Il vero petrolio del Sud Italia, e di conseguenza dell’Italia tutta, è il cemento armato, il cui volume d’affari è controllato e gestito, attraverso l’imprenditoria edilizia, direttamente o indirettamente dalla camorra.

L’episodio che riporta Saviano con la mente a Pasolini – e prima di lui a un altro esponente della stessa generazione, Luciano Bianciardi – è l’ennesima morte in cantiere di un edile, caduto da un’impalcatura e abbandonato a un incrocio, con ancora addosso la tuta da lavoro, perché la morte non risultasse avvenuta sul posto di lavoro. A questa notizia, scrive Saviano,

Avrei voluto fare come il protagonista de La vita agra di Luciano Bianciardi che arriva a Milano con la volontà di far saltare in aria il Pirellone per vendicare i quarantotto minatori di Ribolla, massacrati da un’esplosione in miniera, nel maggio 1954, nel pozzo Camorra. Chiamato così per le infami condizioni di lavoro. Dovevo forse anch’io scegliermi un palazzo, il Palazzo, da far saltare in aria, ma ancor prima di infilarmi nella schizofrenia dell’attentatore, appena entrai nella crisi asmatica di rabbia mi rimbombò nelle orecchie l’Io so di Pasolini come un jingle musicale che si ripeteva sino all’assillo. E così invece di setacciare palazzi da far saltare in aria, sono andato a Casarsa, sulla tomba di Pasolini.[7]

Tuttavia questo richiamo a Pasolini, e questa visita alla sua tomba, non vuole essere un vero e proprio omaggio né il pellegrinaggio di un devoto. È invece, come scrive Luperini, «assunzione di una eredità, ripresa e continuità di una linea di opposizione», ma «senza cristologie, senza incanti e senza consolazioni nella bellezza o nel mito di una società popolare scomparsa»[8]. Pasolini non è per Saviano, come tra poco leggeremo, «il suo santino laico, né un cristo letterario». In altre parole, come scrive Antonio Tricomi,

Saviano riconosce in Pasolini non un maestro di letteratura, ma un modello di intellettuale a cui rifarsi, implicitamente lamentando, più che l’assenza, nel presente, di libri del valore, poniamo, delle Ceneri di Gramsci, quella di critici della cultura altrettanto radicali dell’estensore delle Lettere luterane. […] La passione etica che mette Saviano sulle tracce di Pasolini assume però il valore specifico di un atto d’accusa contro la letteratura e l’intellighenzia dell’ultimo trentennio.[9]

Non è quindi l’uomo Pasolini, né la sua opera letteraria che interessano veramente Saviano, quanto piuttosto il Pasolini intellettuale e critico della cultura, il suo impegno politico e sociale, in cui si è profuso proprio e innanzitutto da intellettuale, consapevole di essere tale:

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio «progetto di romanzo» sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile.[10]

Dunque è la pesante eredità di parole come queste che Saviano sente di dover raccogliere. È l’esempio, il simbolo che Pasolini ci ha lasciato con la sua vita (e la sua morte), quello di un forte atto di accusa, di una lotta al potere «con la sola lama della scrittura»[11]. Leggiamo quindi le parole di Saviano in visita alla tomba di Pasolini a Casarsa, un episodio chiave posto non casualmente al centro di Gomorra:

Tomba di P. P. Pasolini accanto a quella della madre
Tomba di Pier Paolo Pasolini accanto a quella della madre

Andai sulla tomba di Pasolini non per un omaggio, neanche per una celebrazione. Pier Paolo Pasolini. Il nome uno e trino, come diceva Caproni, non è il mio santino laico, né un Cristo letterario. Mi andava di trovare un posto. Un posto dove fosse ancora possibile riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola. La possibilità di scrivere dei meccanismi del potere, al di là delle storie, oltre i dettagli. Riflettere se era ancora possibile fare i nomi, a uno a uno, indicare i visi, spogliare i corpi dei reati e renderli elementi dell’architettura dell’autorità. Se era ancora possibile inseguire come porci da tartufo le dinamiche del reale, l’affermazione dei poteri, senza metafore, senza mediazioni, con la sola lama della scrittura.[12]

Quindi, nell’ultima parte di questo capitolo intitolato Cemento armato, Saviano inizia «ad articolare il suo io so, l’io so del suo tempo»[13]. Un pezzo già pubblicato il 2 dicembre 2005 online sulla «Nazione Indiana» col titolo Io so e ho le prove, e costruito, appunto come l’articolo di Pasolini, con la stessa martellante ripetizione di quell’io so, io so, io so. Ma a differenza di Pasolini, che sosteneva di non avere le prove (al contrario della classe politica di allora, compreso il Partito Comunista all’opposizione), Saviano comincia il suo pezzo pasoliniano con un perentorio «Io so e ho le prove»[14]. E quali sono queste prove, le prove che attestano la veridicità delle sue parole? Leggiamo:

E la verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con le parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasmetto, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra: «È falso» all’orecchio di chi ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, in fondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità.[15]

Queste parole sembrerebbero scritte apposta per rispondere a certe accuse di cui ho riferito sopra, ossia che Saviano non ci dice esplicitamente «i modi e i mezzi delle sue fonti documentarie e, così facendo, in qualche modo le indebolisce», in questo modo depotenziando la «forza testimoniale» del suo libro. Ma quello che stiano leggendo non ha bisogno di rendere conto della sua «forza testimoniale». Quello che stiamo leggendo non è cronaca. È letteratura! Proprio sulla differenza tra cronaca e letteratura Saviano ha le idee chiare:

Primo Levi
Primo Levi

Quando Philip Roth dichiara che dopo Se questo è un uomo nessuno può più dire di non essere stato ad Auschwitz, non di non sapere dell’esistenza di Auschwitz, ma proprio di non essere stati in fila fuori a una camera a gas. Tale è la potenza di quelle pagine. Libri che non sono testimonianze, reportage, non sono dimostrazioni. Ma portano il lettore nel loro stesso territorio, permettono di essere carne nella carne. In qualche modo questa è la differenza reale tra ciò che è cronaca e ciò che è letteratura. Non l’argomento, neanche lo stile, ma questa possibilità di creare parole che non comunicano ma esprimono, in grado di sussurrare o urlare, di mettere sotto pelle al lettore che ciò che si sta leggendo lo riguarda.[16]

Vorrei qui far notare come l’io so di Saviano, che all’inizio dice «la verità della parola non fa prigionieri»[17], si concluda con l’affermazione «Non faccio prigionieri»[18]. L’autore sta qui cercando di ribadire ancora una volta che sta dicendo la verità, pur attraverso qualcosa che non è – e non vuole né pretende di essere – cronaca. Una verità che si fa manifesta sulla pagina attraverso la sua parola. E anche lui, proprio come la verità – con la quale sembra alla fine, in una sorta di delirio, quasi identificarsi –, attraverso la sua parola non fa prigionieri.

Ma non basta dire la verità. Il problema è che se un tempo l’intellettuale, come Pasolini, aveva una funzione pubblica, e la rivendicava, come abbiamo visto, anche attraverso le sue parole, ora è già tanto se ha una dimensione pubblica, gentilmente concessagli in termini di mediaticità. E se poi questa dimensione pubblica deriva all’intellettuale di turno dalla scorta, come nel caso di Saviano, per l’opinione pubblica diventa solo un modo per promuovere e incentivare la portata del messaggio che il suo libro veicola. Poco importa se questa mediaticità Saviano non l’ha cercata affatto, ma è piuttosto lo scotto che ha pagato e continua a pagare per aver parlato, per aver “cantato”, volendo usare un linguaggio da gangster, da boss. Poco importa se da un momento all’altro «può caderti sulla testa una bomba o può saltare in aria la metropolitana su cui viaggi»[19]. Poco importa se non può più girare per le strade di Napoli con la sua Vespa.

È un po’ come accadde a Pasolini, che è stato descritto «come un intellettuale che ha voluto “dotarsi di una dimensione mediatica”, sfruttando quella “scivolosa” forma di popolarità conferita da giornali e televisione per rivolgere a un pubblico di massa la propria verità»[20]. Cambiano i tempi, ma l’opinione pubblica ragiona sempre con la pancia. La stessa.

Forse anche per Saviano, così come Carla Benedetti ha fatto per Pasolini[21], si potrebbe scomodare l’ingombrante «figura del parresiastes, termine con cui i greci indicavano colui che dice la verità in un contesto in cui dirla è rischioso»[22]. Parresia, ovvero «un particolare uso della parola in cui il parlante è coinvolto personalmente, se non altro per il rischio a cui si espone parlando». E il parresisastes «dice qualcosa che si deve dire perché è la verità»[23]. Una verità che giunge troppo scomoda e spiacevole alle orecchie di chi ne è direttamente o indirettamente interessato, ma di cui Saviano, come Pasolini, ha comunque sentito la necessità di farsi carico, un fardello che alla fine si è rivelato davvero troppo grave per un solo uomo, che oggi paga le conseguenze di quel rischio cui si è esposto parlando. E tuttavia – con questo s’intende anche rispondere, ancora una volta, a quelle critiche di scarsa «forza testimoniale» – per quanto concerne il parresiastes «è il fatto stesso di correre un rischio parlando a dare forza di verità alla sua parola»[24].

Pier Paolo Pasolini e Roberto Saviano. Un altro aspetto li accomuna, o meglio avvicina il secondo al primo. Entrambi sono sperimentatori di nuove forme letterarie, forme ibride, spurie, cui la critica non sa assegnare un nome e una patria. Ma poco importa il genere in cui alla fine sarà catalogato quello che hanno scritto: la priorità era dire, raccontare, non tacere. Parlare.

[Continua…]


[1] Si legge in R. Luperini, La fine del postmoderno, Napoli, Guida 2005: cap. 11 Gli scrittori oggi. Un declino anche culturale, pp. 125-129.

[2] Luperini, Gli scrittori oggi…, cit., p. 127.

[3] Ivi, p. 127.

[4] Cfr. T. Scarpa, La generazione dei padristi, «l’Unità», 23 febbraio 2004, consultabile anche sulla rivista on-line «La Nazione Indiana», al sito: http://www.nazioneindiana.com/2004/02/26/la-generazione-dei-padristi/.

[5] R. Luperini, Recensione di Romano Luperini su “Gomorra” di Roberto Saviano, consultabile al sito: http://www.aetnanet.org/modules.php?name=News&file=print&sid=9762 (le citazioni che seguono sono ivi tratte).

[6] P. P. Pasolini, Il romanzo delle stragi, in Id., Saggi sulla politica e sulla società, a c. di W. Siti e S. De Laude, Milano, Mondadori 1999, pp. 362-367.

[7] R. Saviano, Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Milano, Oscar Mondadori 20117, p. 231.

[8] Luperini, Recensione…, cit.

[9] A. Tricomi et al., Roberto Saviano, Gomorra, «Allegoria», LVII (2008), p. 193.

[10] Pasolini, Il romanzo delle stragi, cit., p. 363.

[11] Cfr. infra il passo di Gomorra che stiamo per leggere.

[12] Saviano, Gomorra, cit., p. 232.

[13] Ivi, p. 233.

[14] Ibidem (corsivo mio).

[15] Ibidem.

[16] R. Saviano, Chi scrive, muore, introduzione ad A. Politkovskaja, Cecenia. Il disonore russo, Roma, Fandango 2009, pp. 5-16: cit. pp. 12-13.

[17] Saviano, Gomorra, cit., p. 233.

[18] Ivi, p. 239.

[19] Luperini, Recensione…, cit.

[20] C. Benedetti, Il tradimento dei critici, Torino, Bollati Boringhieri 2002: cap. 5 Parresia, p. 120 (corsivo mio).

[21] Cfr. Benedetti, Parresia, cit.

[22] Ivi, p. 116.

[23] Ivi, p. 132.

[24] Ivi, p. 133.

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4 pensieri su “Roberto Saviano: un intellettuale in Vespa per raccontare Gomorra 2/3

  1. In effetti perché mai una persona – intellettuale, giornalista o scrittore che sia – dovrebbe rivelare delle cose che rischiano di mettere a repentaglio la sua stessa vita? Sicuramente se trova il coraggio di farlo, sconvolgendo il corso di una vita tranquilla e ordinaria, un fondo di verità in quello che sta scrivendo ci deve pure essere… Complimenti per l’analisi interessante e dettagliata, a mio parere utilissima per capire meglio certi aspetti di questa vicenda.

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  2. Sì, è proprio così: la “forza testimoniale” del suo atto di parola, che qualcuno giudica essere indebolita da aspetti intrinseci al libro stesso (a partire dalla forma in cui è scritto, che sfugge all’etichetta di un genere letterario ben preciso), risiede già solo nel fatto che quanto ha scritto lo ha ridotto a vivere sotto scorta. Evidentemente doveva proprio valerne la pena… Grazie per i complimenti e per le belle parole.

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  3. Caro Francesco mi complimento per il Tuo articolo su Roberto Saviano come tu lo definisci un intellettuale in “vespa”. In effetti chi più di Saviano potrebbe raccontare una triste realtà e che grazie a questo intellettuale si sensibilizza l’opinione pubblica che è molto importante poichè solo con una presa di coscienza generale si potrebbe sconfiggere la camorra. Ti saluto caro Professore Feola

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