Roberto Saviano: un intellettuale in Vespa per raccontare Gomorra 1/3


saviano

Chi non conosce le dinamiche di potere della camorra spesso crede che uccidere un innocente sia un gesto di terribile ingenuità da parte dei clan perché legittima e amplifica il suo esempio, le sue parole. Come una conferma alle sue verità. Errore. Non è mai così. Appena muori in terra di camorra, vieni avvolto da molteplici sospetti, e l’innocenza è un’ipotesi lontana, l’ultima possibile. Sei colpevole sino a prova contraria. La teoria del diritto moderno nella terra dei clan è capovolta.[1]

Così scrive Roberto Saviano quando parla della morte di don Peppino Diana, un prete ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994 perché si era armato dell’arma più potente di cui poteva disporre contro qualsiasi potere criminale: la parola, riversata in uno scritto di denuncia contro i soprusi dei clan intitolato Per amore del mio popolo non tacerò[2]Il solo fatto di essere morto ammazzato «in terra di camorra» è condizione sufficiente per alimentare i sospetti crudeli di una probabile colpevolezza, non si sa nemmeno bene di cosa, ma sembra funzioni proprio così.

Lo stesso ostracismo, la stessa «ingiusta diffidenza», lo stesso «assenso silenzioso che viene concesso all’ordine della camorra»[3] sembrano essere toccati in sorte anche all’autore di Gomorra, appena ventiseienne quando ha pubblicato il libro[4] che lo ha ridotto, con effetto praticamente immediato, a vivere sotto scorta. Il suo libro d’esordio, quel primo libro che «per Italo Calvino […] era addirittura il solo che conti», e dopo il quale «non riuscirai più a dire una parola vera, insostituibile»[5]. Già, una parola vera. Una parola forse troppo vera, troppo insostituibile per un giovane ricercatore laureato in filosofia che ha deciso di non tacere, di raccontare. Una parola che lo ha travolto.

Copertina del libro
Copertina del libro

Sulla quarta di copertina della più recente edizione si legge che Gomorra «è stato tradotto in più di cinquanta Paesi, divenendo un bestseller mondiale e un fenomeno sociale. A oggi ha venduto dieci milioni di copie in tutto il mondo»[6]. Cifre astronomiche, ma comunque non un plebiscito. L’opinione pubblica è ancora spaccata tra chi è grato a Saviano, chi diffida di lui, o chi addirittura lo condanna. Si diceva che se muori per mano della camorra scatta un meccanismo per cui sei in qualche misura colpevole. Saviano non è morto, ma la vita che conduce sotto scorta non si può certo definire pienamente vita. Ergo è per forza colpevole di qualcosa. Qualcuno, peggio ancora, sostiene che se ancora campa è proprio perché è colluso col Sistema[7], che evidentemente se non lo hanno ancora fatto fuori torna utile a qualcuno, e che comunque è lui il criminale per essersi inventato tutto o quasi. Insomma, com’è stato detto e scritto su un quotidiano locale anche all’indomani della morte di don Diana[8], è Saviano il camorrista vero!

Ma perché, oltre alla condanna decretata dalla camorra, Saviano è stato e continua ad essere in varia misura “condannato” da una parte non trascurabile dell’opinione pubblica? Di cosa lo accusano? Di cosa è colpevole?

Lo si accusa di non essere ancora crepato per mano della camorra? Per quanto riguarda la scorta, che addirittura sembra gli dia maggiore visibilità (come se la volesse o ne avesse realmente bisogno), verrebbe subito da rispondere con le parole di Saviano stesso a proposito del senatore Lorenzo Diana (un cognome, lo stesso di don Peppino, che pare sinonimo di coraggio), «uno di quei politici che ha deciso di mostrare la complessità del potere casalese e non di denunciare genericamente i criminali», e della sua (apparentemente inspiegabile) mancata eliminazione:

Ad averli dissuasi era stata anche la scorta. La scorta armata non è mai un limite per i clan. Non hanno paura di auto blindate e poliziotti, ma è un segnale, il segnale che quell’uomo che vogliono eliminare non è solo, non potranno facilmente sbarazzarsene come se si trattasse di un individuo la cui morte non interesserebbe che la propria cerchia di familiari.[9]

Ma se anche Roberto Saviano dal 2006 appare non essere solo dopo la sua coraggiosa decisione di non tacere, di denunciare, un’altra solitudine ha bussato alla sua porta, la stessa che sperimentò suo padre quando, giovane medico, decise di salvare la vita di un giovane soldato di camorra cui avevano sparato al torace, subendo per questo un pestaggio a sangue da parte dei «killer che non avevano centrato il bersaglio come si doveva»:

Scegliere di salvare chi deve morire significa voler condividerne la sorte, perché qui con la volontà non si muta nulla. Non è una decisione che riesce a portarti via da un problema, non è una presa di coscienza, un pensiero, una scelta, che davvero riescono a darti la sensazione di star agendo nel migliore dei modi. Qualunque sia la cosa da fare, sarà quella sbagliata per qualche motivo. Questa è la vera solitudine.[10]

Lo accusano di non aver scelto in quale genere letterario incasellare il suo libro? E perché mai avrebbe dovuto? Chi lo vuole chiamare “romanzo” (non solo critici e scrittori, ma anche alcuni camorristi, che si sono sarcasticamente complimentati con Saviano per aver «scritto proprio un bel romanzo», volendo insinuare che si era inventato tutto e al contempo ponendo l’accento sull’impotenza della creazione letteraria[11]); chi preferisce dire che è un “documentario” (perché «qui ci sono fatti e cifre, nomi di paesi e di persone, statistiche e dati, paesaggi concreti e storie di individui in carne e ossa»[12]); chi ribadisce che è un’“inchiesta” al pari di ZeroZeroZero («Leggerò con ammirazione la tua nuova inchiesta, sono sicuro che sarà splendida come e più di Gomorra»[13]); chi più cautamente fa notare che, se anche «il contenuto controinformativo (notizie su un fenomeno taciuto o poco conosciuto) potrebbe certo far pensare a un reportage-inchiesta […] il coinvolgimento personale di chi parla (dell’enunciatore-narratore e autore)» rende il libro di Saviano «più vicino alla testimonianza che all’inchiesta»[14]; chi sostiene che Saviano, pur avendo «inventato o rilanciato il genere della docu-fiction o della non-fiction», ha scritto in un solo libro due Gomorre, una in cui si narra e una in cui si documenta, entrambe comunque incompiute, parziali[15]; e chi, infine, ritiene di poter sentenziare che, insomma, Saviano si sarebbe proprio dovuto decidere tra i due super-generi della fiction e della non-fiction[16]!

Etichette che servono più alla critica, agli editori e ai lettori che senza queste etichette si troverebbero disorientati. Non già agli scrittori che hanno qualcosa da dire, specialmente se hanno per le mani una bomba a orologeria come la materia di Gomorra, che non ha bisogno di un genere per esplodere.E quindi tutto si riduce a «una disputa singolare e un po’ bizantina, a momenti anche grottesca, su come debba definirsi»[17] Gomorra,certo difficile da evitare del tutto per chi si occupa a diverso titolo di questo romanzo-documentario-inchiesta-reportage-testimonianza, ma che alla fine contribuisce solo a distogliere l’attenzione da quello che l’autore ha da dirci, ben al di là del genere!

Carla Benedetti
Carla Benedetti

Anzi – e con questo chiudo quella che voleva inizialmente essere solo una breve parentesi – secondo Carla Benedetti proprio questo porsi al di sopra dei generi letterari convenzionali (ad esempio del noir, pure tanto in voga negli anni in cui Gomorra fu pubblicato) conferisce maggiore forza all’atto di parola di Saviano, una parola riconquistata:

Chi scrive un noir (o sceglie un qualsiasi altro genere fortemente convenzionale) non ha bisogno di legittimare la propria parola. Pensa già a tutto il genere. […] Se resti in questa fascia “convenzionata” il tuo atto di parola non potrà essere percepito come qualcosa di significativo in sé, come una ribellione o una sfida. Ogni scrittura di genere in effetti si porta dietro il limite di un patto di lettura altamente convenzionalizzato, in cui la posizione di chi parla non è in gioco, non è problematica, ma è anche in larga parte resa inerte.[18]

Non è tutto. Tante altre critiche hanno investito Saviano e la sua opera prima, tutte volte a trovare i punti deboli, le piccole sbavature (sennò che critica sarebbe?) di cui Gomorra pecca, e il peccatore non può che essere il suo autore. Oltre ad aver schiacciato un po’ troppo il pedale della retorica («Gomorra è un libro faticoso, doloroso, tragico, coraggioso, ma a volte fuori misura e, mi spingo a dirlo, un po’ retorico»[19]), l’altra accusa che gli viene mossa è di «non palesare sempre i modi e i mezzi delle sue fonti documentarie e, così facendo, in qualche modo le indebolisce». In altre parole, «lo storico e il documentarista hanno l’obbligo di citare le fonti, Saviano no». Da questo modus operandi risulterebbe irrimediabilmente depotenziata la «forza testimoniale», ovvero la credibilità stessa di Gomorra[20].

E di una certa “mistificazione” dei fatti parla Gilda Policastro, in particolare a proposito «della critica mossa a Saviano da quella giornalista napoletana di cui riferisce Antonio Pascale nel saggio Il responsabile dello stile (ne Il corpo e il sangue d’Italia, minimum fax 2007)»:

A proposito dell’episodio posto a conclusione della prima parte di Gomorra, nel capitolo Donne, ossia la morte della ragazzina vittima per caso di un agguato camorristico, la giornalista chiedeva a Saviano ragione delle sue falsificazioni: l’abbigliamento della vittima, innanzitutto, che nella ricostruzione fantasiosa dell’autore avrebbe privilegiato i dettagli femminili e seducenti, assecondando la morbosità del lettore rispetto a una quattordicenne nei fatti per nulla ammiccante e, viceversa, ancora acerba come gran parte delle sue coetanee. Così per il diario: mai visto, a quanto pare, da Saviano, che ne riporta viceversa uno stralcio. Infine l’episodio del cellulare fatto trillare dall’amica sul feretro, come una specie di requiem moderno. Nessun trillo, lamentava la giornalista-filologa: quel cellulare, dopo il tragico assassinio della ragazza, era rimasto ben tristemente spento.[21]

Ma è davvero necessario registrare la non verificabilità di questi dettagli, peraltro legati a un episodio isolato, cui Saviano ha voluto semplicemente conferire un po’ di sano pathos? E poi l’accusa di «assecondare la morbosità del lettore rispetto a una quattordicenne»: si vuol far passare Saviano per un maniaco, un pedofilo, un pervertito? Sembrerebbe la messa in atto della stessa campagna di screditamento nei confronti di don Diana da parte del solito quotidiano locale che titolava, pochi giorni dopo la sua morte violenta: «Don Diana a letto con due donne»[22]. A voler pensare male, qui sembrerebbe essere di fronte a un tentativo – irrisorio, a dir la verità, ma pur sempre un tentativo – di macchina del fango volta semplicemente a gettare discredito su chi ha usato la parola per denunciare. Ma non vogliamo pensare male, per cui quasi sicuramente non è così. Il dubbio però resta: perché è ancora così importante, soprattutto per la critica, puntare i riflettori su questi aspetti?

È forse perché ci ha sbattuto in faccia la realtà con troppa violenza, una realtà di cui in fondo tutti noi – dopo aver letto il libro – ci siamo un po’ sentiti colpevoli, responsabili, forse anche complici? E forse si cerca in questo modo di ridimensionare la figura di un eroe del vero giunto quando non era stato esplicitamente richiesto? Questo giovanotto prematuramente calvo e con l’aria smunta che se ne va a spasso per le strade di Napoli, nelle zone più malfamate e “calde”, lungo le «straducole che costeggiano le discariche»[23] che arriva puntualmente sul luogo di un omicidio di camorra, di un arresto di un boss, o che è in prima fila al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere il giorno della sentenza del maxiprocesso “Spartacus”. Sempre con la sua Vespa, vero leitmotiv del romanzo, il suo cavallo bianco, e che qui assumeremo a emblema della portata innovativa, della figura sociale nuova rappresentata da questo “intellettuale in Vespa”. Ma lui non credo si senta un principe azzurro né tanto meno un eroe. C’è anche chi lo accusa di un eccessivo moralismo, di ergersi a giudice, a guida spirituale, e di fornire nel suo libro troppe risposte non richieste, non gradite. Saviano, invece, saliva ogni volta in sella alla sua Vespa semplicemente perché, come ad esempio scrive nel capitolo La guerra di Secondigliano,

Avevo deciso di seguire quello che stava per accadere a Secondigliano. Più Pasquale segnalava la pericolosità della situazione, più mi convincevo non era possibile non tentare di comprendere gli elementi del disastro. E comprendere significava almeno farne parte. Non c’è scelta, e non credo vi fosse altro modo per capire le cose. La neutralità e la distanza oggettiva sono luoghi che non sono mai riuscito a trovare.[24]

Ha soltanto sentito questa esigenza, questo bisogno di scrivere per comunicare quello che vedeva e sapeva, consapevole che «il tacere in queste terre non è la banale omertà silenziosa che si rappresenta di coppole e sguardo abbassato. Ha molto più a che fare col “non mi riguarda”»[25].

E poi Saviano, più che avere come scopo la rappresentazione (più o meno fedele) della realtà – idea che serve più che altro ai fautori di etichette, di brand come “realismo”, “ritorno al realismo”, “neorealismo”, e tutti gli altri “ismi” – vuole raggiungere e comunicare la verità, come ripete chiaramente o lascia intendere per tutta la durata del libro. E, prima di ciò, in sella alla sua Vespa cerca ostinatamente, e a volte anche incomprensibilmente ai suoi stessi occhi, di capire dove essa risieda:

Non capivo davvero perché avevo ancora una volta scelto di andare sul posto dell’agguato. Di una cosa ero certo: non è importante mappare ciò che è finito, ricostruire il dramma terribile che è accaduto. È inutile osservare i cerchi di gesso intorno ai rimasugli dei bossoli che quasi sembrano un gioco infantile di biglie. Questo forse vado a rintracciare. Cerco di capire cosa galleggia ancora d’umano; se c’è un sentiero, un cunicolo scavato dal verme dell’esistenza che possa sbucare in una soluzione, in una risposta che dia il senso reale di ciò che sta accadendo.[26]

[Continua…]


[1] R. Saviano, Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Milano, Oscar Mondadori 20117, p. 258.

[2] Cfr. Saviano, Gomorra, cit., pp. 243-249, dove Saviano riporta, attraverso ampi stralci, lo scritto in questione quasi per intero. Su questo ritorneremo più avanti.

[3] Ivi, p. 131.

[4] Userò d’ora in poi per Gomorra la parola “libro” e suoi neutri sinonimi, evitando invece di definirlo ad esempio un “romanzo”, poiché il problema del genere cui Gomorra appartiene (anche se non si capisce perché debba necessariamente appartenere a un preciso genere letterario) è, come accennerò tra breve, molto spinoso.

[5] C. Benedetti, Disumane lettere. Indagini sulla cultura della nostra epoca, Bari, Laterza 2011: cap. 4 La repressione della nascita, p. 90.

[6] Saviano, Gomorra, cit., quarta di copertina.

[7] Spiega Saviano: «Sistema, un termine qui a tutti noto, ma che altrove resta ancora da decifrare, uno sconosciuto riferimento per chi non conosce le dinamiche del potere dell’economia criminale. Camorra è una parola inesistente, da sbirro. Usata dai magistrati e dai giornalisti, dagli sceneggiatori. È una parola che fa sorridere gli affiliati, è un’indicazione generica, un termine da studiosi, relegato alla dimensione storica. Il termine con cui si definiscono gli appartenenti a un clan è Sistema: “Appartengo al Sistema di Secondigliano”. Un termine eloquente, un meccanismo piuttosto che una struttura. L’organizzazione criminale coincide direttamente con l’economia, la dialettica commerciale è l’ossatura del clan» (Saviano, Gomorra, cit., p. 44).

[8] «Un quotidiano locale fece da cassa di risonanza alla campagna di screditamento di don Peppino. Con titoli così carichi di grassetto che le lettere ti rimanevano stampate sui polpastrelli quando sfogliavi il giornale: “Don Diana era un camorrista”» (Saviano, Gomorra, cit., p. 258).

[9] Saviano, Gomorra, cit., p. 222.

[10] Ivi, p. 188.

[11] Cfr. C. Benedetti et al., Roberto Saviano, Gomorra, «Allegoria», LVII (2008), pp. 175-76.

[12] R. Luperini, Recensione di Romano Luperini su “Gomorra” di Roberto Saviano, consultabile al sito: http://www.aetnanet.org/modules.php?name=News&file=print&sid=9762

[13] T. Scarpa, Romanzi che ci difendono dal giornalismo, articolo consultabile al sito: http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article730

[14] Benedetti, Roberto Saviano…, cit., p. 175.

[15] Cfr. G. Policastro et al., Roberto Saviano, Gomorra, «Allegoria», LVII (2008), pp. 185 ss. (cit. p. 187).

[16] F. Petroni et al., Roberto Saviano, Gomorra, «Allegoria», LVII (2008), p. 181.

[17] Benedetti, Roberto Saviano…, cit., p. 174.

[18] Ivi, p. 180.

[19] Policastro, Roberto Saviano…, cit., pp. 188-189.

[20] Cfr. ivi, p. 187.

[21] Ivi, p. 188.

[22] Cfr. Saviano, Gomorra, cit., p. 258.

[23] Ivi, 312.

[24] Ivi, p. 83.

[25] Ivi, p. 243.

[26] Ivi, p. 129.

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