L’uso (e il senso) della vita


Romano Luperini
Romano Luperini

Dopo quarant’anni di scrittura saggistica, uno dei più diffusi manuali di letteratura italiana per le scuole secondarie di secondo grado (La scrittura e l’interpretazione), due romanzi (I salici sono piante acquatiche e L’età estrema) e cinque anni di “blocco della scrittura”, Romano Luperini, tra le voci più illustri della nostra critica letteraria, ha pubblicato nel 2013 il suo terzo romanzo, vincitore del Premio Letterario Nazionale Paolo Volponi: L’uso della vita. 1968.

Sono stato alla presentazione del libro, un incontro con l’autore tenutosi a Pisa nel novembre dello scorso anno, e queste righe, confortate anche dalla lettura del romanzo, sono il frutto di una rimeditazione sugli appunti che raccolsi in quell’occasione.

Con questo libro Luperini ha inteso comunicare quello che ha sempre cercato di comunicare con la sua scrittura saggistica, ma percorrendo un’altra strada, quella della scrittura letteraria: il senso della vita, o almeno il senso della sua vita, che è un senso politico.

È difficile, secondo Luperini, scrivere in maniera eminentemente letteraria del Sessantotto, sia da chi l’ha vissuto che da chi, più giovane, voglia semplicemente raccontarlo. A suo avviso l’unico romanzo bello sul movimento di rivolta di quell’anno cruciale è quello di Giorgio Cesarano, I giorni del dissenso. Anche Nanni Balestrini ne ha scritto letterariamente e, oltre a lui, pochissimi altri.

A questi si unisce ora Romano Luperini, che il Sessantotto l’ha vissuto in prima persona proprio a Pisa, uno dei centri più importanti della rivolta studentesca a livello non solo nazionale ma anche europeo.

Protagonista di questo romanzo storico è Marcello, alter ego di Luperini, un giovane supplente di Lettere tra i ventitré e i ventiquattro anni che si è da poco laureato all’Università di Pisa e prende parte attiva alle vicende di quei mesi incandescenti, più esattamente dal febbraio 1968 al gennaio 1969, l’arco di tempo in cui si svolge la vicenda narrata.

Marcello entra in contatto, accanto a personaggi di pura invenzione, con personaggi storici come Adriano Sofri, Ovidio Bompressi (dissimulato, nel romanzo, sotto il nome di Ottavio), Massimo D’Alema, Franco Fortini e Luciano Della Mea (con quest’ultimo Luperini è stato tra i fondatori, nel 1969, della “Lega dei comunisti pisani”).

Copertina del libro
Copertina del libro

Il maggior merito di Luperini è di raccontare il Sessantotto come momento privato dell’intellettuale Marcello (sullo sfondo il frequente ricordo dei contrasti col defunto padre, partigiano e comunista della vecchia guardia) e al tempo stesso come momento collettivo, politico (assemblee, manifestazioni, occupazioni, scioperi). Leggiamo a tal proposito una tra le frasi più pregnanti del romanzo:

La politica, pensava Marcello, non era una parte separata dell’esistenza, era la vita stessa di ogni persona.

Un libro «straordinario» e «chiarificatore», come l’ha definito Andrea Camilleri. Un libro atteso, necessario, in particolare per chi è ormai anagraficamente lontano da quel Sessantotto. E soprattutto un libro che, a differenza di quanto cerca di fare tanta nostra letteratura contemporanea, si limita a suscitare domande, senza pretendere di dare le risposte (o peggio ancora i giudizi) che il lettore saprà trovare da sé.

L’incontro pisano si è concluso con una nota sulle ragioni del titolo, che riprende un enunciato di Franco Fortini, maestro di Luperini e in seguito suo collega come professore all’Università di Siena:

L’uso formale della vita, che è il fine e la fine del comunismo.

Lo stesso concetto fortiniano ritorna anche nel finale del romanzo:

Marcello pensava alla leggerezza di Soriano, non era incerta né svagata, ma a suo modo decisa, orientata a una meta. L’aveva ritrovata in Ilaria, nei gesti e nei movimenti dei compagni, nelle facoltà occupate e davanti alle fabbriche, e persino in se stesso. Ecco, l’uso formale della vita non era altro che questo.

Ma c’è un messaggio più profondo e commovente che Luperini affida, attraverso questo titolo, al suo romanzo, ed è il seguente (riporto qui fedelmente le sue parole, che ricordo pronunciate con una voce rotta dall’emozione):

Decidi come USARE, come INVENTARE la tua vita, senza mai più darla per scontata!


Articolo successivamente pubblicato su «Il Pensiero Libero», Anno V – N. 9 (Novembre 2014), p.2
(vai al numero)

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